Ribelliamoci alla tirannia robot in Blazing Chrome!

Oggi annunciamo una bellissima notizia per tutti gli amanti degli arcade: è uscito Blazing Chrome, della JoyMasher, già realizzatori di Oniken e Odallus.

Nel mondo di Blazing Chrome, i robot hanno ormai preso il sopravvento sugli umani. Noi vestiremo i panni di due ribelli, l'umana Mavra o il robot Doyle, il cui intento è far sopravvivere l'umanità.

Blazing Chrome è giocabile in single-player o in co-op, anche a schermo condiviso. Vi lasciamo al trailer e al sito ufficiale!

Sito Ufficiale

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Guard Duty

Una principessa rapita, si sa, è irresistibile. Bisogna andare a salvarla, a qualsiasi costo. Questo vale anche per Tondbert, guardia di palazzo parecchio rincoglionita, che è peraltro responsabile di aver fatto entrare il rapitore stesso, una notte in cui era di guardia, ubriaco, ai cancelli della città.
Nonostante vengano inviati i “migliori” cavalieri del regno, quindi, Tondbert decide di investigare sul rapimento e riportare indietro la principessa!

Ma cosa c'entrerà, tutto questo, con Starborn, un soldato del futuro che lotta contro la tirannia di un malvagio demone? Scopriamolo assieme, esaminando Guard Duty!

Guard Duty è un'avventura grafica di stampo classico, sviluppata dai Sick Chicken Studios. Presenta due protagonisti e due ambientazioni: il sempliciotto Tondbert, nell'ambientazione medievaleggiante, e lo stoico Starborne, nell'ambientazione futuristica. Le due parti differiscono in certo modo anche per il gameplay. Andiamo a spiegarci, e premetto che ci saranno leggeri spoiler.

La prima parte, quella medievaleggiante, vede il rapimento della principessa e l'investigazione (se tale si può chiamare) di Tondbert, che la segue per il regno. Questa è la parte che funziona di più come un'avventura vera e propria. Avremo un inventario in cui raccogliere oggetti, non combinabili tra loro, che poi dovremo usare nel mondo di gioco; enigmi più o meno difficili; aree da esplorare, eccetera.
Nella parte di Starborn, quella futuristica, invece, gli oggetti raccolti si usano da soli, rendendo ovviamente il gioco molto più semplice.

In entrambi i casi, però, la realizzazione è goffa e superficiale. I puzzle della prima parte sono in media decenti, ma alcuni si risolvono più per caso che per ragionamento, col risultato che o si clicca tutto a caso o si resta bloccati perché si fanno solo le cose che sembrano avere un senso.

I puzzle della seconda parte, a causa del fatto che non è possibile usare noi stessi gli oggetti, o si risolvono magicamente da soli oppure non si capisce cosa “manca” per andare avanti. Sono rimasta bloccata davanti a una porta, per esempio, perché mancava una qualche azione che facesse scattare nel personaggio l'idea geniale e non era chiaro quale fosse.

Molte aree, specialmente nella prima parte, sono inutili. Letteralmente, ci si può anche non mettere mai piede, non servono. Ci si chiede quindi a che pro siano state inserite, e la risposta è: per il citazionismo.

Avevo rilevato la cosa anche nell'anteprima di qualche mese fa. Il problema purtroppo è rimasto e, anzi, si è accentuato. Sono innumerevoli le citazioni, fini a se stesse, a qualsiasi gioco/cosa in generale. Tutto il negozio del villaggio, una delle aree inutili, è lì a solo scopo citazionistico. Non solo, tutta la parte futuristica è giocata su una citazione di Metal Gear Solid, e intendo TUTTA la parte futuristica (peraltro breve). Chiariamoci, una è carina, due pure, alla terza comincia a sentirsi il sapore di stantio; quando tutto un pezzo del gioco è un'unica intera citazione si sconfina nel fanservice.

Non riesce a compensare la storia, purtroppo. Già non parte dalle più originali premesse, con la principessa rapita e il tonto dal cuore d'oro che deve salvarla, ma il mix con lo sci-fi poteva essere interessante. In realtà, questa è la parte meno sviluppata di tutte (è, appunto, una citazione di MGS e basta) e in generale manca “il pezzo” di connessione fra le due ambientazioni. Viene detto, en passant, cosa collega le due cose, ma non ha senso in base a quello che succede mentre giochiamo; dubito anche del senso di quel che succede nel finale, ma soprassediamo.

Anche le azioni dei personaggi non sono spiegate e appaiono dettate dalla Legge del Copione. Per esempio, non è ben chiaro perché Tondbert vada a salvare la principessa: perché è buono? Perché è segretamente innamorato? Boh? Ci interessa? Il gioco non se ne cura. La scarsa attenzione riservata al personaggio di Tondbert (alle sue motivazioni se non alla sua psicologia, che è inesistente) non rende credibile la sua successiva (e mai mostrata) determinazione nel resistere al “malvagio” del gioco.

Malvagio che, esattamente come Tondbert, non ha alcun background. Viene accennato qualcosa, nelle parole del suo maestro e nella sua affermazione che “gli altri pensano sempre male di un tizio pallido, con l'eyeliner e vestito di nero”, ma la cosa finisce lì.

Starborn, paradossalmente, è il personaggio più comprensibile perché, vivendo in un mondo distopico (di cui vediamo ben poco), è normale che lotti per cambiarlo. Ma, siccome è solo una citazione di MGS, non ci viene detto più di questo.

Chiudiamo questa disamina con le battute... le maledette battute. Alcune mi hanno fatta ridere, per carità; ma altre sono... indovinate? Esatto, citazioni o giochi di parole su altri videogiochi. Altre ancora sono giocate su elementi banali e quindi risultato, trite: abbiamo la vecchia brutta e lasciva, le guardie cretine, la principessa bionda e prosperosa... Alcuni spunti sono carini, sia comici che non, come la presenza di materiale fotografico in un'ambientazione altrimenti medievale (che però avrebbe meritato maggior approfondimento).

Il comparto grafico e audio è nella media. Non mi sono dispiaciuti gli sprite dei personaggi, anche se personalmente non amo questo stile di disegno “sgorbio a posta”. Il doppiaggio, inglese, è buono, non ho da lamentarmi di nessuna delle voci e anzi, quella di Tondbert era anche piacevole da ascoltare. Il gioco è solo in inglese, ed è un inglese di media complessità: direi che nella parte futuristica serve avere un dizionario accanto, per capire appieno i dialoghi.

Le musiche, infine, sono carine, sia quelle medievaleggianti che quelle futuristiche. Mi son piaciute anche le “cutscenes”, sempre molto brevi. Insomma, il lato tecnico è promosso!

Quello che non posso promuovere, purtroppo, è il gioco. Sarebbe ancora stato carino come produzione amatoriale di un fan, che gioca a citare le opere che ha amato di più nel corso degli anni e non riesce a creare qualcosa di più solido. Ma come avventura commerciale realizzata da un team professionista, non ci siamo: servono meno citazioni inutili e più sostanza, sia dal lato enigmistico che da quello narrativo. Speriamo nel prossimo titolo di questi sviluppatori!

Heaven's Vault

Aliya Elasra non è la tipica studiosa che ci si aspetterebbe di trovare su Iox. Invece di rimanere china sui libri in stanze polverose, lei preferisce salire sulla sua nave stellare ed esplorare le correnti galattiche della Nebulosa in cerca di antichi artefatti e di lingue sconosciute. Ma che futuro potrà mai avere un’archeologa così sui generis, in un mondo che rigetta l’idea di tempo lineare e pensa che la storia non sia altro che un eterno ritorno?

Non ci vogliamo nascondere dietro a un dito. Noi di OldGamesItalia adoriamo la inkle, software house che ci ha regalato gioiellini come 80 Days e la saga di Sorcery in formato digitale. Era dunque con grande impazienza che attendevamo l’arrivo di Heaven’s Vault, la nuova fatica di Jon Ingold & soci, che promette di offrire su PC e PS4 un’esperienza non lineare, una cosmogonia dettagliatissima e, soprattutto, l’elemento che gli autori più hanno messo in evidenza nei vari annunci che hanno accompagnato la lunga gestazione del gioco: la presenza di un linguaggio completamente creato ex-novo per stimolare le doti deduttive del giocatore.

Non si tratta di un semplice alfabeto alternativo che si limita a sostituire le singole lettere con ghirigori più o meno originali, ma di un sistema rigoroso basato su ideogrammi e regole semantiche proprie. Per motivi di gameplay, la struttura delle frasi ricalca quella dell’inglese moderno, ma la cosa sarà di ben poco aiuto quando, all’inizio, ci si troverà di fronte a curve e riccioli che sembrano gettati a caso sul monitor. E il più delle volte non ci saranno nemmeno gli spazi a suddividere le varie parole. Tuttavia, a mano a mano che si scopriranno nuove frasi incise su un artefatto o su un ingresso monumentale, quegli sgorbi inizieranno ad assumere un significato, dapprima semplice (uomo, luce, acqua…), poi via via sempre più complesso fino a esprimere concetti più articolati e astratti.

Se il lavoro fatto da inkle da un punto di vista linguistico è fantastico e unico nel suo genere (non a caso si sono avvalsi della consulenza di professionisti in materia), anche il lato tecnico di questo elemento nasconde qualche chicca interessante: le frasi, distribuite come si diceva su oggetti e parti dello scenario, sono generate proceduralmente in base alle conoscenze acquisite dal giocatore e al contesto in cui vengono ritrovate. Le prime sequenze saranno semplici e brevi, ma verso fine gioco ci si ritroverà di fronte a periodi lunghi e con termini mai riscontrati prima. E dato che ogni partita fa storia a sé, due giocatori potrebbero non vedere mai la stessa frase.

La non linearità è quindi l’altra caratteristica focale di Heaven’s Vault, ma non c’è da stupirsi, visti i titoli pubblicati in passato da questa software house. Grazie alla sua barca spaziale, Aliya è in grado di muoversi all’interno della Nebulosa viaggiando senza un ordine prestabilito tra le varie lune che compongono il Protettorato di Iox. Non tutte le destinazioni saranno disponibili sin dall’inizio, ma sarà possibile scoprirle grazie alle informazioni raccolte durante i viaggi. Raramente, però, le destinazioni saranno chiaramente indicate sulla mappa. Più spesso, invece, verrà fornita soltanto la posizione generica delle lune da trovare e il giocatore dovrà vagare un bel po’ tra i vari “fiumi spaziali”.

Come si può ben intuire, lasciare tanta libertà rappresenta una sfida non da poco per qualsiasi programmatore e purtroppo non si può dire che la casa di 80 Days sia riuscita appieno a superarla. Le fasi iniziali accompagnano bene le scelte fatte, ma più si avanza con la storia (e si parla di almeno 20 ore di gioco per la prima “run”) si comincia a notare un pericoloso sfilacciamento delle sequenze e si fa sempre più forte l’impressione che alcune parti di trama siano bruscamente tagliate o lasciate in sospeso senza troppe spiegazioni. Certo, tutto dipende da quali bivi si sono intrapresi, ma la cosa lascia parecchio amaro in bocca, soprattutto che la storia è proprio uno dei punti di forza di questa software house. Bisogna anche dire, però, che quando tutto funziona bene, l’effetto è assolutamente piacevole.

Da un punto di vista tecnico, Heaven’s Vault segna il passaggio di inkle dal genere dell’avventura testuale a quello dell’avventura grafica vera e propria: Aliya si muove all’interno di un ambiente 3D, controllata direttamente tramite mouse e tastiera o, ancor meglio, tramite joypad. Per parlare con un PNG o per interagire con un oggetto non sarà possibile usare un parser testuale o scegliere una risposta tra varie opzioni, ma sarà necessario far spostare fisicamente la protagonista da un punto all’altro della location.
Purtroppo la lentezza dei movimenti, unita all’ampiezza degli ambienti e a un aspetto grafico piuttosto grezzo (sia nelle sue parti 3D, gli scenari, sia in quelle 2D, i personaggi), rendono l’esplorazione piuttosto tediosa, soprattutto quando ci si ritrova a visitare lo stesso luogo più volte. La cosa è addirittura più evidente durante i viaggi spaziali che fin troppo frequentemente durano diversi minuti. È vero che, grazie ai dialoghi “spontanei” che ogni tanto appaiono a schermo, i trasferimenti sono un’occasione per ampliare la trama, ma la verità è che la cosa andava bilanciata meglio. Una patch resa disponibile pochi giorni dopo l'uscita del gioco ha limitato la ripetitività dei viaggi spaziali, che ora sono molto più rapidi e meno noiosi.

Come in ogni avventura grafica che si rispetti, anche in Heaven's Vault non mancano altri individui (virtuali) con cui interagire. Non sono presenti in gran numero, a dire il vero, e non sempre risultano ben definiti o integrati nella storia, ma gli abitanti della Nebulosa riescono in qualche modo a intrigare, forse perché si ha sempre la sensazione che sappiano di più di quanto non lascino trasparire. Interessante notare come il loro atteggiamento nei confronti della protagonista sia influenzato dal tono in cui saranno impostati i dialoghi, il che può portare anche a conseguenze a lungo termine.
La maggior parte del tempo sarà comunque spesa in solitudine, su lune abbandonate. In realtà, proprio soli non si rimane mai, dato che in ogni viaggio ci sarà sempre il fedele "Six", un robot che nel nome e nelle fattezze ricorda il celebre “Numero 5” del film Corto Circuito, e che avrà un ruolo di primo piano nella trama. O forse no! Anche in questo caso, le scelte saranno determinanti per “plasmare” carattere e destino del compagno robotico di Aliya.

Tra le varie ed eventuali, vanno sicuramente citate le ottime musiche, molto “d’atmosfera” (in pieno stile inkle), la scontata mancanza di traduzione italiana (ma è assai dubbio che il gioco sarà tradotto in altre lingue) e la presenza di una modalità New Game + che permette di rivivere le vicende di Aliya rendendo le frasi da tradurre più lunghe e complesse, ma mantenendo tutte le conoscenze acquisite durante la partita (o le partite) precedenti. E che dire poi della linea del tempo in cui sono registrati tutti gli eventi di cui l’archeologa ha conoscenza diretta o indiretta? Una vera gioia per qualsiasi storiografo!

Heaven’s Vault è sicuramente un gioco molto ambizioso, bisogna riconoscerlo, soprattutto per una piccola software house come inkle, e propone caratteristiche tecniche e di gameplay originali e uniche. Tuttavia, la stessa ambizione che sorregge tutto il progetto è anche l’elemento che determina l’esistenza delle varie imperfezioni che troppo spesso fanno capolino durante una partita. Volendo fare un bilancio fra pregi e magagne, i pregi risultano comunque più numerosi, ma forse in misura minore rispetto ai titoli precedenti. Heaven’s Vault è quindi un gioco che probabilmente dividerà gli appassionati tra chi ne adora l’originalità e l’audacia, e chi non riesce ad accettarne i limiti e la mancanza di coesione. E noi di OldGamesItalia? Beh, inutile nascondersi dietro a un dito: l’abbiamo adorato!
 

Revolution Software annuncia Beyond a Steel Sky

L'annuncio di Revolution Software arriva un po' a sorpresa ma fa piacere a tantissimi fan: è in sviluppo presso lo studio il sequel di Beneath a Steel Sky, l'avventura distopica del 1994.

Si chiamerà Beyond a Steel Sky e potrà vantare i disegni di Dave Gibbons e il tipico humor della Revolution. Gli obiettivi della software house sono ambiziosi: il gioco sarà ambientato in un mondo molto reattivo alle scelte del giocatore e che permetterà soluzioni alternative e intelligenti agli ostacoli che verranno posti davanti al giocatore.

Beyond a Steel Sky uscirà per PC, console e dispositivi Apple.

Feudal Alloy

Feudal Alloy è un videogioco indie creato dagli Attu Games, un casa di sviluppo ceca composta da due soli elementi: un ragazzo e una ragazza. Si tratta di un classico metroidvania che però presenta alcuni elementi innovativi.

Il mondo di gioco è abitato da robot nella cui testa vive un pesce rosso: immaginate Bender di Futurama e mettetegli al posto della testa una boccia contenente un pesciolino.
Il protagonista, Attu, lavora presso una casa di riposo per robot veterani. Un bel giorno alcuni briganti razziano la casa, rubando l’olio, fonte di sostentamento dei robot e Attu, armato della spada arrugginita di uno dei pensionati, si lancia all’inseguimento dei cattivi.
Le premesse sono molto semplici e semplice ma ben realizzato è anche il comparto tecnico e grafico: abbiamo davanti un gioco sviluppato in Unity puramente in 2D. Certo, il comparto grafico non è visivamente un’opera d’arte, ma nella sua semplicità è comunque ben realizzato.

I movimenti del protagonista sono fluidi, Attu salta, combatte, si cala da piattaforme, il tutto garantendovi un ottimo controllo del personaggio. A volte c’è qualche piccola imprecisione nel pattern dei movimenti del protagonista, ma niente che possa impedirvi di procedere nel gioco. Ci tengo a precisare che io ho avuto il piacere di giocare con la versione 1.0 del gioco e in futuro sono attese patch, quindi anche queste piccole imprecisioni potrebbero venire corrette a breve.

Il mondo di gioco, come in tutti i Metroidvania, è diviso in aree comunicanti tra loro. Ogni area nasconde un teletrasporto che vi permetterà, una volta scoperto e attivato, di muovervi più velocemente da una zona all’altra, e un potenziamento, un’abilità diciamo, senza la quale non potrete accedere alla zona successiva.
Uccidendo nemici e razziandone le spoglie, la barra dell’esperienza di Attu salirà e voi potrete sbloccare delle skill passive, quali un aumento della barra dell’olio (energia) o una maggiore rapidità di raffreddamento.
Una delle due peculiarità del gioco è appunto rappresentata dalla barra di raffreddamento: ogni volta che usate un potere o date un colpo di spada, la barra si riempirà un pochino e una volta raggiunto il massimo, non potrete fare altro che correre, fino a che non si raffredderà di nuovo. In pratica dimenticatevi di lanciarvi in mezzo ai nemici dimenando colpi a destra e a manca o verrete massacrati, bisogna combattere utilizzando un minimo di strategia.

Andando avanti nel gioco si potranno equipaggiare spade o pezzi di armatura che influiranno sulle nostre statistiche, per esempio velocizzando il processo di raffreddamento dell’olio o aumentando i danni che saremo in grado di infliggere, questo ovviamente in combo con le abilità passive di cui parlavo.
La presenza della barra di raffreddamento/surriscaldamento introduce un dettaglio importante nel gioco, in quanto una delle pecche dei metroidvania è sempre stata l’esagerata deriva fraggona dei combattimenti. Qui, al contrario, saremo costretti a gestire al meglio il combattimento.

Un’altra componente “innovativa”, se così si può dire, è il fatto che, al contrario di tanti giochi dove le abilità o il loot sono spesso superflui e inutili (vedasi Child Of Light), in Feudal Alloy sarete costretti a usare tutto, dalle abilità, ai poteri, al loot, per poter sopravvivere e procedere nel gioco. All’inizio si muore molto e spesso, i combattimenti sono difficili, i salti sono difficili, ma procedendo e potenziandosi tutto diventa più facile. Le morti sono una costante, si muore e si rimuore, ma non è un gioco proibitivo, ci sono molti punti di salvataggio sparsi in giro per i livelli e morendo non si perdono gli oggetti guadagnati, o il denaro, o il loot, semplicemente si riparte dall’ultimo savepoint.

Un’altra peculiarità del gioco è l’assenza delle consuete boss fight: sono presenti infatti solamente due boss, uno di metà gioco e quello finale. Una scelta interessante, ma non propriamente positiva, fatta forse per diversificarsi dalla massa, così come il fatto che finalmente, per un gioco appartenente al filone dei metroidvania, abbiamo un perfetto equilibrio in tutti gli aspetti che compongono il gioco.

Infatti, per procedere con successo i combattimenti devono essere ben gestiti, la componente rpg e il loot devono essere sfruttati al massimo, ma anche la componente platform la fa da padrona e bisogna “avere mano”. Mi sono bloccato due o tre volte, per delle difficilissime sessioni platform, che mi hanno pesantemente frustrato, però alla fine sono riuscito sempre a sbloccarmi e andare avanti. Anche la mappa di gioco, che di solito nei metroidvania è ricca e dettagliata, qui è solamente abbozzata e questo rende le cose parecchio più difficili, confondendovi spesso le idee durante le fasi molto pronunciate di backtracking esplorativo, ma la cosa è voluta ed è uno dei pregi del gioco. Purtroppo la lista dei nemici è un po’ esigua e andando avanti troveremo delle ripetizioni potenziate dei modelli precedenti, anche se devo dire che cambia il modo in cui dovete affrontarli.

Il comparto musicale e degli effetti sonori è piuttosto monocorde e sorvolabile. Assolutamente indispensabile per poterci giocare al meglio l’utilizzo di un pad. Il gioco è tradotto in italiano, ma vista la sua indole minimalista (di solito tipica dei platform), avrete solo i sottotitoli nel filmato di opening e di ending e nelle descrizioni di abilità, poteri e loot. Purtroppo in alcune di queste descrizioni il testo risulta tagliato perché troppo lungo; ciò non inficerà la vostra comprensione, in quanto spesso mancano solo una parola o due, ma evidenzia la natura sovente sciatta delle traduzioni dei giochi indie: sarebbe bastato un veloce betatesting per correggere questi piccoli nei, ma chissà, forse con una patch futura…

Quindi, riassumendo, Attu Games è riuscita a creare un videogioco estremamente ben bilanciato in tutte le sue componenti, sebbene la fase platform spesso prenda il sopravvento, ed è la prima volta che riscontro un simile equilibrio in un metroidvania. Purtroppo la mancanza di una narrazione più profonda, forse eredità della parte platform del gioco e della natura indie del titolo, non gli permette di elevarsi al livello di eccellenza. Il gioco vi causerà comunque una fortissima dipendenza, sarà come una droga, e superate le prime fasi difficilotte, non vi ci staccherete più prima di averlo terminato.

Lo consiglio a tutti gli amanti dei metroidvania: non avrà lo spessore grafico\tecnico\narrativo di un Castlevania, ma a tratti risulta parecchio più divertente. Per portarlo a termine al 100% impiegherete una quindicina buona di ore. Speriamo che i futuri aggiornamenti non vadano a inficiare le caratteristiche positive di questo gioco… Spesso per far contenta una manciata di fan, questi piccoli gruppi indie, introducono modifiche che alterano la giocabilità in maniera negativa: leggevo sul forum di Steam che ci sono richieste per l’inserimento di una mappa più dettagliata. Ritengo che chi chieda cose di questo genere non abbia capito appieno l’anima del gioco. Speriamo bene, chi vivrà vedrà…

Californium

Lo scrittore Elvin Green sta passando un brutto periodo. Da quando sua figlia Alice è morta in un incidente, non riesce più a scrivere. Sua moglie lo ha appena lasciato e la sua unica compagnia rimangono le droghe. Adesso, una voce esce dalla televisione e parla, direttamente a lui, e gli oggetti che lo circondano... glitchano. Sarà la droga, o Elvin è diventato capace di percepire e modificare altre realtà?

Californium è un gioco in prima persona fortemente ispirato a Philip K. Dick e ai suoi lavori. Quando dico “fortemente ispirato” intendo dire che molto, se non quasi tutto, nel gioco, è un richiamo più o meno esplicito alle opere o alla vita di Dick (ora, se non sapete chi sia Philip Dick, per favore informatevi mentre io abbandono questo mondo evidentemente perduto e mi ritiro su un monte in eremitaggio...).

Questo è il punto forte dell'esperienza di gioco: l'atmosfera, l'ambientazione, i dialoghi, persino i colori, tutto è molto “dickiano”. I realizzatori, da questo punto di vista, sono stati bravissimi. I fan noteranno dettagli, piccoli e grandi, ricorderanno le opere da cui provengono o i temi fondamentali dei lavori di Dick... insomma, obiettivo centrato in pieno al 100%! Anche la colonna sonora e la grafica fanno la loro parte. I personaggi e gli edifici sono dei “cartonati” dipinti e i pochi abitanti del quartiere hanno poche linee di dialogo, spesso ripetute, che credo volessero rendere un senso di alienazione e confusione del protagonista.

Ma non si vive di solo fanservice, e finito quello arrivano i dolori.

Partiamo dal gameplay: in ogni area del quartiere dove abitiamo (in ogni edificio e poi per strada) dovremo trovare un certo numero di simboli nascosti... ovunque. Sulle pareti, dietro qualche oggetto, *sotto* qualche oggetto... Alcuni simboli appaiono solo se ci muoviamo, altri solo se sostiamo in un determinato punto, altri sono indicati da dei glitch della realtà circostante. Una volta trovato un simbolo, lo cliccheremo e si aprirà un “buco” nella nostra realtà, attraverso il quale ne vedremo un'altra, parallela. Trovati tutti i simboli (le televisioni sparse in giro ci diranno quanti ne mancano di volta in volta), faremo comparire un simbolo gigantesco che, premuto, porterà Green nella realtà successiva.
Rinse and repeat fino alla fine del gioco.

Se state pensando che tutto ciò è noioso... è perché lo è ^^, specialmente dopo le prime due-tre volte. Le realtà non sono poi tante, ma spesso i simboli sono nascosti davvero bene e non c'è una variante a questo tipo di gameplay. Presto ci si stufa, nonostante la curiosità di sapere che cosa c'è nella realtà successiva.

E questo ci porta alla storia, dolore maggiore di Californium. Inizialmente, sembra che Green dovrà, nel suo procedere di realtà in realtà, venire a patti con l'incidente occorso alla figlia e con l'abbandono della moglie. Le diverse realtà sono sempre più distopiche e ci daranno un ruolo progressivamente più potente da ricoprire, ma Green non sarà contento di nessuna di queste.

Il finale, però, rimette tutte le carte in tavole senza far capire nulla. Ok, vagamente si intuisce a che cosa stiamo assistendo, ma è tutto molto confuso e, se ho davvero ben capito il finale, l'intero gioco è svuotato di gran parte del suo significato.

Chiariamoci, “simbolicamente” tutto ciò è perfetto: immaginiamo questo Elvin Green che gira per tutti gli edifici a cercare simboli che solo lui può vedere per cambiare la realtà e cianciando di voci che gli parlano dalla televisione, non sapendo se si trova davvero davanti a una rottura della realtà o se sono solo le droghe che gli fanno vedere cose. È una situazione molto Dickiana, se non fosse che nei suoi racconti di solito c'è un qualche motivo per questa confusione, o la confusione porta a qualcosa o ancora la confusione è la realizzazione finale del personaggio (che capisce che non può fidarsi della realtà come l'ha sempre percepita). Insomma, c'è una benedetta fine. Non si resta così a guardare i pixel sullo schermo pensando “ma cosa succede, ma che significa, ma cosa?”.

Californium mi suggerisce che, forse, devo smettere di aspettarmi molto dai videogiochi “ispirati” agli autori: come il gioco ispirato a Murakami prima e quello ispirato a Kafka dopo, anche Californium non convince. I fan sfegatati di Dick potrebbero apprezzare comunque l'atmosfera e le citazioni, e persino le prime fasi del gioco, ma non posso consigliare il gioco in sé e per sé.

Subsurface Circular

Subsurface Circular è un gioco realizzato da Mike Bithell, il creatore di Thomas Was Alone. È presentato come un'avventura investigativa testuale, ma in realtà non è esattamente nessuna delle due cose.

Nel futuro immaginato in Subsurface Circular, i robot, alcuni dotati di Intelligenza Artificiale molto avanzata, svolgono molte delle mansioni prima riservate all'essere umano, e sono costruiti di conseguenza. Un robot manovale, per esempio, avrà dei moduli di IA e di personalità molto inferiori a un robot costruito per fare l'atleta, il barista o, come il nostro protagonista, l'investigatore.

Il gioco comincia quando un altro robot ci raggiunge nella metro, la Circolare del titolo, e ci affida il compito di trovare un suo amico scomparso. Dal momento che al nostro protagonista è impossibile tornare in superficie finché non viene richiamato ufficialmente, per indagare potremo solo chiedere ai passeggeri che siederanno nel nostro vagone.

Subsurface Circular è un gioco dalle potenzialità interessanti che però vengono espresse poco o maluccio. Per esempio, la parte “investigativa”: ci sarà ben poco da dedurre o da comprendere. Dovremo parlare con i vari personaggi e fare domande a tutti su tutto, finché non ci avranno detto quel che sanno, fine. In alcuni casi, per farli parlare dovremo risolvere dei puzzle che, di per sé, non sono investigativi. Ad esempio, per risolvere il bug di uno dei robot (bug in game, dico, non un baco del gioco: è il robot, in game, ad avere un bug) dovremo decodificare un codice. Scoperto il codice e “inserito” nel robot, questi non avrà problemi a dirci come stanno le cose.

Solo alla fine dovremo fare una specie di ragionamento/puzzle per trarre le conclusioni finali, ma, risolto il puzzle il personaggio farà il ragionamento da solo. Insomma, c'è poca vera investigazione, il gioco è molto lineare ed è inevitabile arrivare alla conclusione del caso.

La conclusione del caso non è, però, la conclusione del gioco. Saremo infatti chiamati a compiere una scelta importante per tutta la società robotica e per quella umana, proprio alla fine. È chiaro che è questa scelta l'apice del gioco, e non l'investigazione in sé: tutto il gioco è “una scusa” per farci conoscere il mondo di Subsurface Circular, come vivono i robot e come vivono gli umani. La conoscenza che abbiamo acquisito dovrebbe permetterci poi di compiere la nostra scelta alla fine, ma in realtà non mi è sembrato di avere abbastanza elementi.
Intanto, sentiamo solamente la “campana” dei robottini (anche se ci sono motivi sensati per credere che siano abbastanza obiettivi). In secondo luogo, il gioco termina con la nostra scelta, senza mostrarci cosa succede dopo. E, no, non è il caso di “ma è la scelta che conta”, non in un setting del genere, dove sorge spontanea la curiosità di esplorare le varie possibilità, e non in una storia del genere, dove in realtà c'è molto poco coinvolgimento personale da parte dei personaggi: la nostra scelta è più un'astratta scelta filosofica che una concreta scelta personale.

Il mondo di gioco, ispirato chiaramente ad Asimov, è interessante così come le problematiche che pone e i conflitti fra umani e robot a cui accenna. Questo fa in parte perdonare una storia non eccelsa, che spesso viene portata avanti un po' a spintoni (per esempio, non mi è ancora chiaro perché il nostro robot è capace di fregarsene altamente della sua programmazione e fare quel che gli pare – quando la trama ne ha bisogno).

La grafica del gioco, come potete vedere, è abbastanza abbozzata. Questo, in realtà, non è un difetto: il gioco è presentato come gioco testuale, e in effetti il 99% dell'interazione è esclusivamente testuale: bisogna leggere dialoghi e usare gli argomenti che avremo sbloccato nell'inventario. Nel commentary del gioco, l'autore spiega come abbia costruito tutto tenendo conto della limitazione grafica a cui sarebbe stato comunque costretto per via del basso budget – da qui l'idea di avere una sola location fissa e come protagonisti dei robot, che non hanno espressioni facciali ed evitano quindi l'effetto uncanny valley. Devo fare i complimenti anche per la OST, che contiene tracce molto, molto belle.

Subsurface Circular è un gioco non privo di attrattive, che però è troppo limitato per sviluppare per bene il suo potenziale. Sembra più una demo o una presentazione del gioco vero e proprio, che avrebbe potuto essere molto più incisivo. Diciamo promosso per un pelo.

Affrontiamo le sabbie eterne in Aeon of Sands - The Trail

OjO si cosparge di crema solare e inizia il suo viaggio nel deserto di Aeon of Sands - The Trail, il dungeon crawler con un cuore da adventure uscito oggi e che vede tra i suoi autori l'italiano Marco Pedrana. Colto da un irrefrenabile spirito patriottico, il vostro OjO è lieto di accompagnare tutti gli OldGamer in un rapido giretto tra le dune.

Cosmic Matryoshka

Il Pilota Civile Massimo Macchiavelli è in volo per il primo esperimento in assoluto di balzo nell'iperspazio [...]. In compagnia di un solo altro membro dell’equipaggio, il russo Sandrij Yakovlev, Machiavelli dovrà salvarsi la vita affrontando una minaccia che scoprirà, suo malgrado, provenire più dalla Terra che dalla nebulosa in cui è naufragato.

Marmellata d'Avventura 2018 ci regala un'altra perla: il primo gioco in lingua italiana di Marco Innocenti, uno degli autori nostrani più conosciuti e apprezzati all'estero in virtù della sua bellissima saga di Andromeda (il cui secondo capitolo ha anche trionfato all'IFComp 2012).

Cosmic Matryoshka è un gioco di fantascienza ambientato nello spazio profondo e racconta le vicende di Massimo Macchiavelli e del suo collega Sandrij Yakovlev, entrambi alla deriva dopo un problema con il balzo nell'iperspazio. Uno dei punti forti del gioco, come da tradizione di Innocenti, è proprio lo spiccato sense of wonder che domina l'ambientazione e i tanti dettagli sci-fi che arricchiscono gli scenari in cui ci muoviamo. Un'attenzione ai particolari che restituisce al giocatore immagini vivide e suggestive, e che lo fa sentire all'interno di un buon film di fantascienza.

Un altro grande punto di forza di questa avventura è la sua capacità di caratterizzare i due protagonisti quasi esclusivamente attraverso i pensieri del personaggio principale. Con poche righe di stream of consciousness, il gioco riesce a raccontare in modo brillante l'antefatto della storia e pone le basi per lo svilupparsi dell'intreccio: questo è raccontare una storia con classe, da vero scrittore.
A ogni nuova locazione corrisponde un nuovo pensiero del protagonista e la nostra conoscenza sempre più approfondita dell'universo di gioco diventa il giusto premio per le nostre fatiche.
I pensieri del protagonista sono velati di un certo humor, che disegna un sorriso un po' macabro sul volto del giocatore, perché non va mai a intaccare l'atmosfera claustrofobica di questa inquietante deriva nello spazio profondo.

Per il resto il gioco è un'avventura abbastanza classica, con enigmi sostanzialmente corretti e ben implementati. Stona un po' l'ultimo enigma, ben strutturato, ma non perfettamente inserito nel contesto. Probabilmente è frutto dei tempi serrati della competizione e non rovina né l'esperienza di gioco, né il potente cliffhanger finale.

Il tema della competizione ("il luogo più remoto del mondo") è rappresentato, ma non è sviluppato più di tanto. È un contorno, che si avverte grazie alla bella scena iniziale e grazie all'atmosfera claustrofobica che ci accompagna dall'inizio alla fine.

Il gioco ci ha appassionato sinceramente e quindi restiamo in spasmodica attesa del seguito!

 

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La scheda del gioco su IfItalia

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WILL: A Wonderful World

Dice la leggenda che, se vi trovate in difficoltà, quel che dovete fare è scrivere una lettera, stringerla fra le mani a mezzanotte e pregare, chiedendo aiuto. Dio vi ascolterà e cambierà il vostro destino.
Ma non è detto che questo sia sufficiente a salvarvi...

WILL: A Wonderful World è una visual novel cinese abbastanza particolare. In essa, noi siamo una ragazzina che, apparentemente, è una Dea. È a lei che scrivono gli esseri umani in difficoltà, e lei è quella che può modificare il loro destino, in modo da cacciarli dai guai. E' aiutata dal suo cagnolino – che in realtà è un altro Dio – Will, che la istruisce su come manipolare il fato.

Ovviamente, le cose non sono proprio come appaiono, ma è solo esplorando i possibili scenari che ci si apriranno davanti che verremo a capo della verità.

L'idea alla base di WILL è fantastica. Noi riceveremo queste lettere, da diversi personaggi (ce ne sono 10 principali, più qualcuno che fa solo una comparsata); le “taglieremo” con una penna speciale, che isolerà determinate frasi all'interno della lettera, e dovremo poi spostare i pezzi tagliati in modo da modificare il finale di quel che è avvenuto. Per esempio, potrebbe bastare spostare la frase “la luce si spense” di qualche riga per far sì che si spenga la luce di una stanza piuttosto che di un'altra e così evitare un disastro.

Alcune lettere andranno “risolte” da sole, altre in coppia o in tripletta con altre lettere (di altri personaggi); altre volte ancora, due frasi non potranno stare nella stessa lettera perché si negano a vicenda, oppure ci sarà una sequenza da rispettare, per non invertire causa ed effetto, e via così.

Ogni scenario, ossia ogni lettera, ha più di un finale possibile e, qui sta il bello, non è detto che quello “migliore” sia effettivamente... quello migliore. I finali seguono la classificazione solita, da S (il meglio del meglio) a F (porcheria), a X (finale negativo, di solito non accettabile). Saremo quindi spinti a cercare sempre la S, per tutte le lettere, ma prima o poi andremo a sbattere contro un muro e dovremo tornare indietro e provare combinazioni diverse in modo da sbloccare altre lettere ancora.

Qua non tutto è rosa e fiori: in alcuni casi, un po' troppi, non si può evitare di andare a casaccio nella speranza di imboccare la sequenza giusta di frasi. Alcune volte, anche a posteriori non sono riuscita a capire perché, esattamente, dovessi mettere certe frasi in sequenza piuttosto che altre. Stessa cosa vale per i finali: a volte è evidente perché è meglio scegliere un finale piuttosto che un altro ma altre volte bisogna andare a caso e sperare nella quadratura del cerchio.

Questo è il problema principale del gioco, perché andare a casaccio non è molto divertente né si sbloccano necessariamente scenari fighi in caso di fallimenti. Anche il fatto che bisogni per forza di cose scegliere un determinato percorso per proseguire è un po' un problema considerato che la storia del gioco, punta invece al fatto che non esiste un percorso “giusto”.

WILL non ha una storia, ne ha diverse. Ogni personaggio ne ha una e poi c'è la storia “principale” della ragazzina Dea e del suo cagnolino. Le storie dei personaggi sono bene o male assurde, in ogni caso tutte esagerate. Giocando a WILL, mi sono fatta l'idea che non si possa girare serenamente in Cina senza incappare in: stupri, gang mafiose, serial killer, malattie mortali, rapimenti, torture, arti mozzati – e se riusciamo a scampare tutto ciò c'è il sempreverde incidente stradale. Tutti i personaggi sono sfigatissimi, gliene capitano di tutti i colori: li salverete da uno scippo per vederli catturati dalla mafia nella lettera dopo, tanto che vi verrà lo scoramento (che cazzo li stiamo aiutando a fare???). I cambi di identità si susseguono che neanche Beautiful, con un pg che diventa assassino, per poi fare la cameriera, per poi fuggire nelle strade, ecc ecc... L'unico che si salva è il gatto, che resta gatto fino alla fine (sì, il gatto è un personaggio).

Nonostante questo, e nonostante la scrittura abbastanza noiosetta, le storielle intrattengono e ci si affeziona ai personaggi, anche quando sono uno contro l'altro, perché diversi momenti delle loro vite sono più pacati e credibili. È sempre ben chiaro cosa stanno cercando, questi poveracci, e le storie funzionano al meglio quando le lettere affrontano questi argomenti invece che quando ci mettono davanti scenari apocalittici e inverosimili – non è un caso, imho, che le prime lettere riguardino una normalissima adolescente (e un meno normale professore d'arte suicida, ma questo è un altro discorso...).

La storia “principale” in teoria dovrebbe intrecciarsi con quelle dei vari personaggi; in pratica lo fa solo alla fine, e questo è un peccato, perché almeno avrebbe dato un'idea di dove si stava andando a parare, o un indizio su come combinare i finali.

C'è un bel mistero dietro la ragazzina, le lettere e il cagnolino e resta la curiosità di sapere cosa è successo davvero. La spiegazione, alla fine, non mi ha convinta del tutto, e soffre un po' della tragedia fine a se stessa che gronda da tutto il gioco, ma è abbastanza fantasiosa (tra invenzioni strane, pseudo-viaggi temporali e simili).

Il gioco prevede due difficoltà: Normale e Lunatic. La Lunatic elimina dei suggerimenti in rosso, nelle lettere, che potremo sempre attivare se restiamo bloccati. La difficoltà non cambia poi molto perché spesso è comunque chiaro quello che si deve fare, ma non come farlo, e si va a caso, come dicevo prima.

Dal punto di vista grafico, WILL è stupenda, con disegni carinissimi, schede dei personaggi e anche una intro e una outro animate. Non c'è doppiaggio, ma ogni personaggio ha la propria voce e dice una frase quando compare una delle proprie lettere. La OST non è bellissima ma è particolare, con un theme specifico per ogni personaggio e altri pezzi generici a seconda del tipo di scena (vi abituerete presto al pezzo che indica “pericolo/tragedia/disagio”).

La visual novel, originariamente, era in cinese, ma è stata tradotta in inglese da Sekai Project. La traduzione non è sempre corretta, ma è leggibile. L'inglese è abbastanza semplice e c'è tutto il tempo di leggere con calma quel che avviene e tradurre. Solo verso la fine c'è una parte a tempo, ma mi è parso che durante la lettura delle lettere, il timer sia fermo (o quantomeno rallentato).

Mi sono divertita abbastanza con WILL: A Wonderful World. Il concept è carino e all'inizio funziona bene; man a mano che si va avanti, le grandi tragedie che capitano ai personaggi e il fatto di dover andare a caso durante alcuni scenari portano alla noia: se la visual novel fosse stata più corta, probabilmente non si sarebbe percepito il problema, ma così com'è, circa un terzo del gioco rischia di scocciare. La consiglierei comunque, magari in sconto, a chi è attratto dal tipo di gioco e a chi cerca qualcosa di leggero – le tragedie sono così grandi che è difficile prenderle sul serio.

Lamplight City

Miles Fordham e il suo partner Bill sono agenti della polizia in in XIX secolo alternativo. Stanno investigando su un furto particolare: il ladro, infatti, ruba solo gigli e lascia il costo dei fiori sul bancone del negozio.

I due riescono a sorprendere il ladro, ma Bill finisce ucciso e il ladro fugge. Questo segna la fine della carriera di Miles, che viene licenziato. Ma purtroppo il peggio è un altro: lo spirito di Bill non riesce a passare nell'aldilà e perseguita Miles, spronandolo a dare la caccia al ladro di gigli.

Noi, ovviamente, dovremo aiutare Miles a fare ordine nella propria vita e a dare giustizia al defunto amico. Ci riusciremo? Eh, probabilmente sì.

Lamplight City è la nuova avventura grafica di Francisco Gonzales, già autore di A Golden Wake e del più recente Shardlight (Lamplight, Shardlight... Gonzales ama la luce alternativa). In Lamplight City ha cercato di creare un'avventura puramente investigativa. Non sono presenti enigmi (se non un paio, veramente minimi e circostanziali agli eventi) né inventario e, in teoria, quel che viene messo alla prova è il nostro acume, la nostra capacità di vedere gli indizi e trarre conclusioni per incastrare il giusto colpevole.

Ora, ve lo dico subito... il gioco non ce la fa, né dal punto di vista narrativo né da quello del gameplay, nonostante l'evidente impegno di Gonzales. Vediamo assieme perché.

Partiamo dall'aspetto narrativo. La storia di Lamplight City è molto pasticciata, fin dall'inizio, quando, dopo l'introduzione con il ladro di gigli e la morte di Bill, parte un orrendo “As You Know, Miles” in cui Bill e Miles parlano di cose che entrambi sanno per spiegarci la situazione. L'errore è reso più bruttino dal fatto che era facilissimo da evitare: noi abbiamo appena visto Bill morire e Miles essere distrutto, ci aspettiamo che questo sarà ciò che tormenterà il nostro protagonista per il resto del gioco e che guiderà la sue azioni. Vediamo a questo punto Miles con l'aspetto sconvolto nella sua stanza, mesi dopo, e vediamo Bill parlargli dall'oltretomba: non ci vuole un genio per immaginare che Bill vuole trovare il ladro e che sta tormentando Miles. Sono tutte cose ovvie che uno immagina da solo e per cui bastano due righe che confermino l'ipotesi che uno si è già fatta. Di certo non serve un recap stile puntata di cartone animato anni '90.

Questo errore è emblematico sia della poca originalità presente nel titolo, sia della difficoltà in cui si trova Gonzales nel tessere la storia di Lamplight City, che sembra spesso dare spazio a caso, a cose a caso. Il risultato è che non c'è una forte unità tematica nell'opera: non si capisce che funzione ogni pezzo ha in relazione al tutto.

Per esempio, parte del background dell'universo narrativo è il fatto che vengono prodotte da poco le macchine a vapore, che, da un lato, minacciano il lavoro manuale al quale vogliono sostituirsi, dall'altro richiedono manutenzione ma sono pericolose e mutilano la gente, e dall'altro ancora permettono di compiere imprese che prima erano impensabili. Va tutto bene finché questa tematica resta di fondo alla narrazione o compare qua e là nei casi che dovremo affrontare.

Ma a tratti a questo attrito tra le due fazioni viene data maggior importanza, con un'intera scena volta a farci votare uno fra i due candidati della città, uno a favore delle “macchine a vapore”, l'altro contro. Al di là del fatto che è sciocco (e molto italiano, direi) ridurre un candidato politico a una sola presa di posizione su un solo argomento, ma lo scopo di tutto ciò non è mai chiaro e non porta a niente (se non a qualche diversa linea di dialogo).

Chiariamoci, il problema non è che non possono esserci tematiche diverse all'interno di un gioco. Il problema è che la storia deve essere fatta in modo tale da avere un centro attorno a cui il resto ruota; non deve sembrare il reparto Ikea dei Temi Caldi.

Un altro esempio è il modo in cui è gestito il caso del ladro di gigli. Nel corso del gioco risolveremo diversi casi, tutti slegati fra loro, e l'ultimo sarà quello che ci farà ritrovare questo benedetto ladro.

Ora, un thriller di solito funziona in un certo modo perché si forma una connessione fra il detective e il criminale: vuoi perché entrambi hanno le stesse pulsioni e il criminale rappresenta il “lato oscuro” del detective; vuoi perché il criminale riesce a sovvertire o distruggere qualcosa in cui il detective credeva (non solo la moglie/l'amico/la figlia... ma ciò che queste persone rappresentano per lui o a cui riuscivano a portarlo); vuoi perché risveglia sensi di colpa mai sopiti (il criminale uccide bambini, e al detective anni prima era morta la figlia perché lui era stato idiota ecc). Quindi, un criminale non è uguale all'altro: un dato criminale dice qualcosa sul detective che deve cercarlo e fermarlo ed è la loro connessione che rende la storia “una storia” invece del raccontino di una caccia qualsiasi capitata a una persona a caso di cui non ci frega una mazza.

Il ladro di gigli, in Lamplight City, ha la sua Storia Strappalacrime d'ordinanza, fatta di povertà e prostitute dal cuore d'oro e violenza sulle donne, ma ha zero connessione con Miles. Sì, ha “causato” la morte di Bill, ma se Bill stesso non rompesse le balle a Miles parlando dall'oltretomba, non si sarebbe mai posto nessun problema per Miles stesso. Avevo immaginato che il legame stesse nella relazione di Miles con sua moglie Addie, ma Miles è un buon marito e i loro screzi sono unicamente dovuti a Bill. Se in Lamplight City al posto del ladro mettessimo l'assassino di Still Life (o un altro qualsiasi), poco cambierebbe.

Tutto l'ultimo caso del gioco è mal costruito: procede a colpi di “fortuna” e con dialoghi casuali con personaggi vari e il finale è molto anticlimatico: si chiude con un paio di frasi di circostanza che mi sono suonate anche un pochino grottesche visto il contesto e visto che nei casi precedenti abbiamo più volte potuto esprimere gentilezza verso i colpevoli. In sostanza, il ladro spiega a Miles le sue ragioni (2 battute di dialogo), Miles risponde circa “Sì, hai ragione, ma non si uccidono le persone”. Fine.

Veniamo ai personaggi e chiudiamo il lato “storia et writing”. I personaggi sono altalenanti: alcuni sono decenti, altri no. Bill, in particolare, suona come il classico vecchietto lamentoso. Si lamenta di tutto e del contrario di tutto, pur di lamentarsi. Ce l'ha con le macchine a vapore perché rubano il lavoro alle persone e ce l'ha con le persone che non capiscono che le macchine sono utili; ce l'ha con i ricchi che si “danno arie” (perché appendono i loro ritratti al muro) e ce l'ha con i poveri per il loro squallore; ce l'ha con gli sportivi e con i sedentari, con gli amanti delle piante e con quelli che preferiscono la stanza asettica... Di nuovo mi chiedo se Gonzales non abbia fatto una vacanza in Italia e non si sia fermato ad assistere alle dispute da panchina fra vecchietti ai cantieri. Peraltro non penso fosse questo quel che voleva ottenere da questo personaggio, perché Miles ne parla sempre come di un gran simpaticone che fa battute su tutto. Va beh.

I “kattivi” fanno particolarmente pietà, nel senso che dispiace per loro. Il capo di Miles (beh, ex capo adesso) e un suo ex-collega sono tratteggiati come stronzi, bruti e disinteressati al prossimo al 100%. Poracci, neanche il tentativo di pensarli come esseri umani.

Altri personaggi sono ben fatti: la moglie di Miles spicca su tutti, ma anche Upton, che aiuta Miles passandogli casi sottobanco e diversi personaggi che compaiono durante i vari casi, sono ben resi. Bellissime, tra parentesi, le scene con Addie, che un paio di volte aiuterà Miles con le indagini.
Miles stesso non sarebbe un cattivo personaggio se avesse una qualche evoluzione all'interno della storia: ha pregi e difetti credibili che vengono fuori in situazioni non per forza scontate.

Passiamo al lato gameplay. Nell'articolo di preview di qualche mese fa mi mostravo ottimista ed era gran parte merito del primo caso che dobbiamo affrontare nel gioco.

L'idea di Lamplight City è questa: ci viene presentato un caso, cominciamo a parlare con le persone coinvolte a raccogliere indizi, arriviamo ad avere abbastanza prove a carico di due, tre, quattro persone e a quel punto scegliamo di accusare quello che riteniamo essere il colpevole. Il tempo dirà se abbiamo scelto bene oppure no.

Nel primo caso, questa cosa funziona quasi fino alla fine. Si scoprono diversi personaggi e diversi indizi e io ero lì a chiedermi “mmm, può essere stato lui? Avrebbe il movente... ma anche lei lo avrebbe... mmm”. Solo andando davvero a fondo si scopre il vero colpevole (e diventa anche molto chiaro chi è, perché confessa XD).

Nei casi successivi... eh. È dolorosamente ovvio molto presto chi è il colpevole o almeno chi *non* lo è. Investigare significa quindi parlare con tutti a raffica, seguire tutte le piste (tanto non c'è limite di tempo) e alla fine ci saranno sempre indizi decisivi verso uno e un solo colpevole.

Sì, *in teoria* è possibile sbagliare. Ma bisogna farlo apposta, non c'è sfida di alcun tipo. È anche possibile dire la cosa sbagliata a qualcuno e chiudersi la possibilità di seguire certe piste, fino ad arrivare a dover dichiarare un caso insolubile. Ma, anche qui, bisogna impegnarsi: intanto, basta ricaricare la partita (il gioco salva in automatico ad ogni cambio location circa), e poi c'è BILL.

Bill ci guida in tutto quel che facciamo. Commenta ogni oggetto che esaminiamo e ogni cosa che succede, e l'idea è anche carina, se non fosse che lui ci guida proprio per la manina nella risoluzione di un caso. “Io non insisterei su questa linea, Miles...” o “Questa persona non ha le iniziali che stiamo cercando” o altri commenti simili ci dicono, in pratica, dove andare e cosa fare.

È un peccato anche perché mi pare che la reattività del gioco non è male: ci sono diversi personaggi ricorrenti e ricordano quel che abbiamo fatto per loro (o contro di loro) nei diversi casi. Anche il rapporto con Upton e con nostra moglie cambia a seconda delle scelte che facciamo e sono presenti diversi finali, tra cui quello “perfetto”.

Lato enigmi, ce ne sono pochi e semplici. In alcuni casi sarà possibile risolvere la situazione in modi diversi, il che fa sempre piacere. Non è un problema di per sé, perché il gioco vuole essere diverso; il problema è che quel “diverso” non funziona.

C'è un Casebook che tiene conto di tutti gli indizi e i documenti raccolti, oltre che elencare i nostri obiettivi a breve termine (es, “Parlare con la moglie dell'ucciso”), ma è quasi superfluo, tranne che alla fine, quando il gioco si aspetta che noi lo apriamo, ma non ci avvisa.

Dal punto di vista grafico e sonoro non posso lamentarmi, anzi. Le animazioni sono molto carine e ho apprezzato un sacco degli scenari. Anche i personaggi sono ben disegnati: durante gli interrogatori i loro volti vengono ingranditi, alla Grabriel Knight per intenderci, e così abbiamo modo di vedere meglio il loro aspetto e i tratti che li caratterizzano.

La ost è molto bella; non favolosa rispetto ad altre che ho avuto modo di ascoltare, ma bella. Ottimi gli effetti sonori e buono il doppiaggio, in generale, anche se un po' troppo sopra le righe con alcuni personaggi.

Non c'è un commentary dell'autore, cosa di cui mi dispiace, ma ci sono degli Extra (schizzi delle location e simili, molto carini!). È possibile saltare quasi tutte le animazioni con un click, senza quindi dover attendere secoli che il pg faccia cose poco interessanti, come succedeva in A Golden Wake. C'è una magnifica funzione: lo Speech Hold. Cliccandola, i dialoghi non proseguiranno senza il vostro click, così ognuno ha tutto il tempo che vuole per leggere e capire quel che viene detto, cosa importante anche perché il gioco è solo in inglese e tedesco.

A questo proposito, l'inglese utilizzato è semplice, con l'esclusione di un paio di personaggi ubriachi o diciamo “alterati” e penso che chiunque possa capire il gioco con poca ricerca dei vocaboli.

Come avevo premesso, il gioco non può essere promosso a pieni voti. Risolvere qualche caso è anche carino, specialmente il primo, ma la storia non riesce a stare coesa, manca di qualsivoglia profondità ed è in una parola molto goffa. Il gameplay non convince, perché non è ben strutturato. Servivano quantomeno dei limiti temporali, in modo che non fosse possibile esaurire tutte le piste al 100% e bisognasse per forza scegliere di volta in volta su cosa concentrarsi; si potevano inserire dei red herring davvero tali, o dei casi davvero insolvibili, o una risoluzione più sfumata (Aviary Attorney fa alcune di queste cose). Bisognava assolutamente dare maggior importanza al ladro di gigli e renderlo qualcosa in più di un criminale qualsiasi capitato lì per caso: almeno la potenza narrativa avrebbe compensato la pochezza del gameplay. C'è ancora qualcosa di bello per gli appassionati di mystery: a tratti sembra di star davvero facendo il detective, ci sono momenti in cui ancora non è tutto chiaro e si possono utilizzare le capacità deduttive, e la sensazione è favolosa perché non ci si sente guidati. Doveva essere mantenuta per tutto il gioco: speriamo nella prossima?

Heaven Will Be Mine

As they grew up, they made space the future we were dreaming of. And before I knew it, I couldn't think of a single reason why we should give space back to you.
And then you went and said you didn't even want it anymore.

- Heaven Will Be Mine

È l'anno 1981 e la Terra ha deciso che lo spazio non è fatto per gli esseri umani. Anni prima, al sorgere di una misteriosa Minaccia Esistenziale (Existential Threat), era stato dato l'inizio a un programma spaziale che ha creato le Ship-Selves, dei robot che permettessero agli umani di vivere nello spazio e di combattere nello spazio. Sono stati mandati scienziati, istruttori e piloti – bambini, questi ultimi, per i quali lo spazio ha rappresentato la perfetta occasione di “essere tutto quello che desiderano”.

Adesso che la Minaccia Esistenziale è stata sconfitta, la Terra ha deciso di tagliare i fondi e ha ordinato il rientro, ma le cose non sono così semplici. Non tutti, nello spazio, sono pronti a tornare indietro e a sottomettersi alla Gravità della Terra; specialmente i piloti rimasti, ormai incompatibili con la vita terrestre.

Ma neanche loro sono tutti di un'opinione e tre fazioni sono sorte da quel che rimane del progetto spaziale: Memorial Foundation, che vuole evitare una guerra con la Terra e quindi vuole rendere impossibile il funzionamento delle Ship-Selves; Cradle's Graces, che ha intenzione di reclamare lo spazio per sé e farne un'altra base per gli esseri umani; e Celestial Mechanics, pronta a scoprire quanto si possa essere “meno di umani”, se proprio la Terra ci tiene a inimicarseli.
Il primo che arriva al Gravity Well, deciderà il destino di tutti.

Heaven Will Be Mine è una visual novel fantascientifica scritta da Aevee Bee e illustrata da Mia Schwartz. Noi impersoniamo una dei tre piloti, ognuna legata a una delle fazioni di cui sopra: Luna-Terra, veterana di Memorial Foundation; Pluto, “principessa” dall'enorme forza magnetica che combatte per Cradle's Graces; e Saturn, una hacker che ha rubato la Ship-Selve di Celestial Mechanics perché stanca di essere relegata in panchina.

La visual novel è divisa in giornate, durante le quali dovremo leggere delle chat e ricevere mail e poi affrontare una fra due missioni. Le nostre scelte durante le missioni, influenzeranno non solo i rapporti tra le tre pilote ma anche la fazione vincitrice della contesa. Non sono sicurissima di aver capito quanti finali ci sono: io ne ho beccati tre, sospetto ce ne sia un quarto, ma non sono sicura. In ogni caso, le scelte e la narrativa risultante mi sono sempre sembrate appropriate e senza contraddizioni fra loro.

Giocando con diverse pilote, è possibile scoprire versioni diverse di uno stesso avvenimento e nuovi “pezzi” del passato del programma spaziale e di come si è arrivati alla sua chiusura. Dopo aver completato 3 routes, si ha una visione più completa sia dell'universo di gioco che dei personaggi.

Heaven Will Be Mine è una storia fantascientifica con un tocco di romance ed è anche una riflessione sull'essere umano e sulla sua tendenza a de-personificare quel che risulta estraneo alla sensibilità del momento. La Minaccia Esistenziale, così necessaria affinché l'umanità resti unita, non può che essere costituita da altri esseri umani... un po' meno umani, e quando questi spariscono è giocoforza che a qualcun altro verrà appioppato il “compito” di fare da bersaglio. Heaven Will Be Mine si chiede perché questo succeda, se è davvero necessario e che impatto ha sulla libertà dell'individuo di pensarsi in modo autonomo.

L'universo della storia è chiaramente metaforico, ma è una metafora che “funziona” prima di tutto nella storia, sopra le righe ma non troppo: la Gravità della Terra che cerca di richiamare tutto a sé è direttamente collegata alla Cultura che trasforma i pianeti, da semplici “cose”, a posti abitati dagli umani. Ed è a questa stessa Gravità (e quindi alla Cultura) che i piloti, cresciuti nello spazio, non vogliono sottomettersi, ma loro sono troppo pochi e troppo divisi per esercitare, a loro volta, una Gravità e una Cultura forti abbastanza da sostenere un vero conflitto con la Terra per guadagnare l'indipendenza.

Ma non c'è solo riflessione astratta in Heaven Will Be Mine. I personaggi che guideremo e che incontreremo sono vividi, sfaccettati e molto verosimili (dato il contesto). È attraverso di loro che conosceremo gran parte del background e sopratutto dei problemi che gli abitanti dello spazio devono riuscire a conciliare. Massimi punti sotto questo aspetto.

Il writing è bello ma un po' problematico. I dialoghi quasi sempre funzionano e ogni personaggi ha la sua “voce”. La narrativa è molto poetica – troppo. Spesso si fa fatica a seguire i passaggi, non perché l'inglese utilizzato sia particolarmente difficile, ma perché tra lessico e sintassi – e il fatto che già parliamo di concetti non proprio quotidiani usati spesso in maniera più o meno metaforica – bisogna stare sempre *molto* attenti a quel che si legge. È pesante, non c'è altro modo di dirlo, e questo è l'unico motivo per cui non sto consigliando il gioco a mani basse.

Passiamo al lato tecnico. I disegni di personaggi, sfondi e menu vari sono perfetti. I robot sono stati costruiti per somigliare a dei giocattoli e lo stile delle illustrazioni ricorda molto i disegni a pastello del bambini. Anche lo stile dei personaggi, un po' “sporco” e dalle linee a volte appena abbozzate, ben si sposa con i temi della storia.

Manca, purtroppo, un tasto Skip. Questo è particolarmente noioso quando si rigioca, perché, anche se cambiamo pilota, alcune scene potrebbero essere uguali o avere almeno pezzi in comune con scene che abbiamo già visto – e farebbe piacere saltarle. Questa è l'unica funzione con cui ho avuto problemi. Non è possibile tornare indietro come nella maggior parte delle VN ma c'è il backlog nel caso volessimo rileggere le ultime battute.

Kudos per le interfacce delle 3 Ship-Selves: sono simili tra loro, ma ognuna richiama in questo o quel dettaglio, e nei colori, la pilota associata al robot scelto.

Il gioco è solo in inglese. Non si tratta di per sé di un inglese complicato, ma, come dicevo sopra, lo stile della narrazione *è* complicato e quindi non consiglio il gioco a chi ha solo un'infarinatura della lingua. D'altronde, farete fatica anche se la lingua la conoscete benissimo, quindi regolatevi. Come al solito in questi casi, consiglio la visione di un video su youtube per “provare” l'esperienza del gioco e vedere se fa per voi.

Questo è l'unico serio neo di un gioco altrimenti bellissimo, che racconta una storia fantastica con buoni personaggi. Se questo aspetto non vi scoraggia, lo consiglio assolutamente!

In arrivo Postworld, action-rpg post-apocalittico

Postworld è un action-rpg post-apocalittico in arrivo dalla Russia. Ispirato a S.T.A.L.K.E.R., Fallout e alla serie di Gothic, in Postworld vestiremo i panni di un sopravvissuto ad una serie di esperimenti.

In fuga nelle Wasteland, dovremo armarci e cercare vendetta. Potremo allearci ad una delle 3 fazioni (i Cultists, i Railwaymen e gli Slavers) e, soprattutto, potremo scambiare le nostre parti del corpo con protesi che ci garantiranno maggior efficacia nel combattimento.

Postworld promette una storia non lineare e una grande personalizzazione sia del nostro corpo che delle nostre armi, che saranno smantellabili e riassemblabili a piacimento.

L'uscita del gioco è prevista per il prossimo 31 Agosto su Steam.

Su GOG arriva la serie di Dragon's Lair

Chiunque abbia speso centinaia di monetine nel tentativo di aiutare il prode Dirk a salvare la principessa Daphne (probabilmente il primo sex symbol del mondo dei videogiochi), sarà felice di sapere che da oggi GOG.com ripropone l'intera saga di Dragon's Lair (con l'aggiunta di Space Ace) sulla propria piattaforma di vendita, in versione rimasterizzata e con la possibilità di attivare indizi visivi per rendere meno frustrante l'esperienza di gioco.

Il prezzo di 15 euro non è esattamente in linea con altre proposte retrò che abbiamo visto su GOG, ma sicuramente è più economico che cercare di terminare tutti gli episodi in sala giochi!

La scheda di Dragon's Lair Trilogy su GOG.com