Wadjet Eye Games - Aspettando Technobabylon
Quasi un decennio di Avventure Indie

Se parliamo di avventure grafiche indie, uno dei primi nomi che viene in mente è quello della Wadjet Eye Games, sviluppatrice e publisher di avventure grafiche realizzate in AGS.
Viene fondata nel 2006 da Dave Gilbert, che ha appena creato The Shivah in occasione dei MAGS di quello stesso anno, e che ha deciso che creare videogiochi è molto più divertente che trovarsi un “vero lavoro”.

Seguono i primi capitoli della serie Blackwell: scritti da Gilbert e programmati con l'aiuto della moglie Janet, sono forse i titoli per i quali la Wadjet Eye è più conosciuta. Ma una serie non è abbastanza per tenere su, finanziariamente parlando, una software house: tra un titolo e l'altro passa troppo tempo e Gilbert si accorge che basterebbe un solo flop perché la Wadjet Eye debba chiudere i battenti. Decide allora di pubblicare giochi di altri designer e dopo un piccolo errore di percorso nel 2010 (Puzzle Bots, avventura grafica teoricamente sviluppata dalla Ivy Games ma in effetti programmata da Gilbert stesso), nel 2011 incappa in Gemini Rue, un'avventura grafica fantascientifica quasi terminata, il cui autore, Joshua Nuernberger, non ha voglia di pubblicizzarla e pubblicarla a tutti gli effetti. Dave Gilbert si assume questo compito e Gemini Rue è un successo.
Seguono Da New Guys, Resonance, Primordia e A Golden Wake, tutti titoli sviluppati da terze parti e poi pubblicati dalla Wadjet Eye, che nel frattempo fa uscire anche gli ultimi due capitoli della serie Blackwell e una versione “enhanced” (o “kosher”) del suo primissimo gioco, The Shivah.

Dave Gilbert ha trovato una “formula vincente” per riuscire a fare il lavoro che gli piace e ricavarne anche un profitto. I giochi curati dalla Wadjet Eye, che siano quelli propri di Gilbert o quelli sviluppati da terze parti, hanno tutti delle caratteristiche in comune che li hanno portati a far breccia nel mercato delle avventure indie.

La prima di queste caratteristiche è il focus sulla storia e sui personaggi memorabili. Quelli della Wadjet Eye sono tutti “giochi che piacciono a Dave”, e a Dave piacciono le storie prima di tutto e in più di un'intervista ha dichiarato di trovare noiosi gli enigmi troppo complessi. Non è un caso se nei suoi titoli, nella serie Blackwell in particolare, gli enigmi siano fin troppo semplici e a volte ripetitivi e cliché. I titoli prodotti da altri, Resonance e Primordia specialmente, presentano un gameplay migliore, più vario e, specialmente in questi due titoli, con soluzioni multiple dello stesso enigma e finali alternativi. Ma è la storia a restare nel cuore dei fans, come testimoniano le numerose fan art (tra cui alcuni cosplay!) dedicati a Joey e Rosa, protagonisti della serie Blackwell.

Il secondo aspetto che caratterizza i titoli Wadjet Eye è sicuramente la cura nella presentazione (molto cinematografica, anche per titoli graficamente retrò come questi) e sopratutto nel doppiaggio, rarità, quest'ultimo, per titoli indie a così basso budget.
La Wadjet Eye nasce con Gilbert, si “espande” con l'inclusione di Janet e al momento comprende altri due membri, di recente acquisizione: Ben Chandler, grafico e artista, e Francisco Gonzales, designer e autore di A Golden Wake. Anche con così pochi mezzi, arte e doppiaggio sono sempre stati due aspetti molto curati fin da The Shivah, in cui fa il suo esordio nel mondo dei videogame Abe Goldfarb (doppiatore del rabbino Stone), che diventerà una delle voci ricorrenti delle avventure Wadjet Eye.

Adesso, nel 2015, le cose non sembrano cambiare, con l'uscita di Technobabylon, avventura fantascientifica “a metà fra Blade Runner e Police Quest”, in cui dovremo investigare i crimini di un “Hacker della mente” e nel contempo cercare di sfuggire al nostro passato. Il gioco sta per uscire, e nel frattempo una demo è stata resa disponibile.

 

 

The Shivah - Kosher Edition

La sinagoga del rabbino Russel Stone è ormai in declino da parecchio tempo: ad ascoltare i suoi sermoni è rimasta solo una vecchia fedele che approfitta dell'occasione per dormire, e i conti da pagare si impilano sulla scrivania. Quindi, quando l'ispettore Durkin gli comunica la notizia che Jack Lauder è morto e gli ha lasciato 10.000 dollari, Stone dovrebbe essere contento. Ma lui e Jack non si vedono da anni, e non si erano lasciati esattamente da amici: che gli regali così tanti soldi adesso è strano e sospetto.
Oh, e poi c'è anche il fatto che Jack è morto assassinato. Qualcosa non torna...

The Shivah fu creato, nel 2006, da David Gilbert, in occasione di una competizione mensile basata su AGS, in cui veniva richiesto di completare un gioco in un mese di tempo. La prima versione inviata a quella competizione venne poi riveduta, corretta e ampliata da Gilbert, e divenne il primo titolo commerciale della Wadjet Eye.
Oggi, The Shivah riceve un ulteriore aggiornamento: la grafica e la colonna sonora sono state migliorate per il rilascio della Kosher Edition. Ma veniamo al gioco.



Avete letto nel cappello la premessa: The Shivah segue i tentativi del rabbino Stone di scoprire cosa sia successo a Jack Lauder e perché questi gli abbia lasciato tanti soldi. Ma, sopratutto, segue i suoi tentativi di dare un senso etico e morale a tutta la vicenda, e di conciliare il tutto anche con la sua religione, alla quale non si sente più vicino come un tempo. Non temete, non ci sono pedanti lagne moralistico-religiose da quattro soldi: i problemi personali di Stone sono intrecciati agli eventi che si sviluppano grazie all'ottimo livello di narrazione di Gilbert, e non risultano né invasivi, né innaturali.

La storia è breve, ma ben sviluppata e senza falle logiche di sorta – ho notato solo un momento di trama un po' debole, in cui accade qualcosa di “molto conveniente” per noi. Parte dell'intreccio è incentrato sul conflitto che può insorgere fra la propria comunità ebraica e il resto del mondo: non sono esperta di religione ebraica, ma l'immagine che ho percepito dal gioco suona vera. Russel Stone, Jack Lauder e gli altri personaggi – di cui non voglio parlare perché, come dicevo, la storia è breve e rischio di spoilerarvi tutto – sono credibili e altrettanto credibili suonano i loro dubbi religiosi e le loro azioni.

Un ruolo importante nella caratterizzazione dei personaggi è dato, in questo caso, dal doppiaggio, spesso eccellente; troviamo, fra gli altri, Abe Goldfarb, qui alla sua prima collaborazione con Gilbert, nei panni di Russel Stone. Gli attori riescono davvero a dar vita ai loro personaggi con poche battute e questo, aggiunto ai vari dettagli che Gilbert dissemina qua e là sulla loro personalità, li rende subito riconoscibili e memorabili.



Dal punto di vista del gameplay, invece, The Shivah pecca un po'. La maggior parte degli enigmi sono pochi e semplici, anche un po' troppo semplici e non tanto innovativi. Di positivo c'è che sono anche coerenti con l'ambientazione e il contesto del gioco. Si tratta, perlopiù, di raccogliere indizi, combinarli fra loro e usarli poi nei vari dialoghi, anche se occasionalmente dovremo fare qualche ricerca per scovare delle password. I dialoghi non sono, di solito, enigmi: Stone avrà sempre più possibili risposte fra cui scegliere, ma molto spesso cambierà solo l'approccio con in quale il nostro interlocutore ci risponderà, e nient'altro. In un paio di occasioni, invece, i dialoghi saranno delle parti di gioco da “risolvere” trovando la logica “vincente”.

Detto questo, però, credo sia giusto precisare che la logica e il modo di inserire questi enigmi e di proporli al giocatore, presenti in The Shivah, mostrano diversi lati positivi. Tanto per cominciare, non c'è nessun aiuto in game, tranne un sistema per rendere visibili tutti gli hotspot: se si è bloccati, bisogna spremersi le meningi. In secondo luogo, non è neanche possibile risolvere tutto provando cose a caso, perché spesso è data molta libertà al giocatore. Per esempio, in un caso bisognerà fare delle ricerche online per trovare una password. Ora, in moltissime altre avventure grafiche questo di solito viene risolto così: Protagonista apre computer/palmare/tablet, Giocatore clicca sul motore di ricerca lì simulato e... magia, la parola chiave che dobbiamo cercare per trovare la password appare in un comodo menù a tendina. Lo sforzo cerebrale richiesto al giocatore è solo quello di pensare: “oh, devo trovare la password facendo una ricerca online, forse”.

In The Shivah, invece, una volta che Russel Stone si sarà connesso al suo pc, siamo noi che dobbiamo digitare, nel motore di ricerca lì presente, le parole da cercare! Questo ovviamente complica la vita al giocatore, che deve anche capire cosa scrivere, e apre interessanti possibilità alternative. Possibilità che, mi duole sottolinearlo, qui non sono sfruttate, ma che sono completamente negate a priori dall'approccio più usato, quello del Magico Menù A Tendina.

Anche per gli indizi funziona allo stesso modo: occasionalmente Stone farà un collegamento da solo, ma di norma starà a noi, osservando l'ambiente e ragionando, far capire a Stone come stanno le cose. Il gioco non ci dà nessun magico input per farci andare avanti a tutti i costi.



Nel corso del gioco ci troveremo di fronte a un paio di scelte morali che influenzeranno il finale che ci capiterà. Una di queste è una delle classiche scelte “bianco vs nero” e purtroppo ha le conseguenza che tutti ci immaginiamo: se ci comportiamo bene saremo premiati con un finale più felice, se ci comportiamo male saremo puniti con uno più negativo. Si vede lo sforzo di renderla comunque abbastanza profonda (purtroppo spiegarvi come sarebbe uno spoiler), ma il risultato, a conti fatti, è quello di cui sopra: bianco = vittoria; nero = perdita. Le altre scelte, invece, sono più “grige”, più ambigue, e il giudizio della situazione in quel caso verrà lasciato a totale discrezione del giocatore.

E passiamo finalmente al nuovo contenuto della Kosher Edition, ossia la nuova grafica e la nuova colonna sonora. La grafica ha subito un grande restyling, come potete vedere dagli screenshots, tanto che alcune location non sembrano le stesse. In uno dei commenti sparsi per il gioco, Gilbert spiega che hanno potuto utilizzare degli sprite presi dall'ultimo titolo della Blackwell Saga, a cui stanno lavorando. Anche i ritratti dei personaggi, che appaiono durante i dialoghi, sono stati ridisegnati: sono più belli, ma non muovono più le labbra, cosa che mi è sembrata un passo indietro, in verità.
La colonna sonora, già molto bella nella prima versione, è stata migliorata e sono state aggiunte alcune tracce. Nel complesso, questo è il cambiamento che ho notato di meno.
Infine, è presente anche nella Kosher Edition il commentario che già potevamo ascoltare nell'edizione precedente. Questa volta è stato però rifatto da zero, eliminando riferimenti a parti del gioco troppo modificate, che risultavano ormai incomprensibili. E' comunque abbastanza corposo, e contiene chicche molto interessanti sia per chi ascolta per “piacere”, sia per l'appassionato di game design e argomenti affini.

Nel complesso, The Shivah non è complesso come altri giochi successivi dei Wadjet Eye (penso a Primordia, dal gameplay molto più sfaccettato), ma considerando che parliamo del loro primo prodotto commerciale, ideato e progettato, in gran parte, in un mese, abbiamo davanti una piccola perla, scritta peraltro molto bene, da non perdere sopratutto per chiunque apprezzi una buona storia.

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