Outlast
Non ho paura di avere paura

Outlast, conoscete? Ne avete sentito parlare? Beh se proprio non ne sapete un acca forse è il caso che che diate una letta di seguito, vi facciate un'idea di massima di questo videogioco genere survival horror e ci facciate un pensierino, magari per i prossimi saldi di Steam. In ogni caso mi sembra d'obbligo, prima di cominciare a parlarne, sciorinarne i requisiti di sistema.

Requisiti per un’esperienza completa e profonda:

  • Processore 2,8 GHz Quad Core
  • 3 GB Ram
  • Scheda video NVIDIA GeForce GTX 460 o AMD Radeon HD 6850
  • Cuffie
  • Assoluta oscurità
  • 1 Confezione da 12 pannolini per adulti (non inclusi nella confezione retail)

Quando mi approccio ad un survival horror oramai ho poche pretese, insomma vengo da titoli come Silent Hill e i primi Resident Evil e dovrei alzami in piedi sulla tastiera e ballarci il tip tap sopra quando vedo giochi sbandierati come giochi “depaura” che di orrorifico hanno solo una trama sconclusionata e spruzzi di sangue a sbafo. Oramai mi aspetto sempre una delusione dietro l’angolo, altro che paura.

A parte qualche raro caso, poi scivolato nei sequel nel vortice del multiplayer sparatutto “occhioairipari” (leggasi Dead Space), di giochi che riescano a tenermi in ansia per tutta la durata della partita ne ho visti ben pochi. Sì, a me piace essere spaventato, ma spaventato senza essere messo davvero in pericolo, lo spruzzo di adrenalina a cui non deve seguire per forza il fiotto di sangue “che siete rimasti impalati su un ramo di un albero facendo base jumping dal balcone”, e mica sono scemo.

E’ cosi, tra un pensiero rassegnato e una fievole luce di speranza all’orizzonte che avvio la mia copia di Outlast sul PC, l’ultima fatica (allora) della Red Barrels, dove tutto è minimalista e ridotto all’osso. Non c’è infatti un'introduzione e ci troviamo subito nei panni del giornalista Miles Upshur che, grazie ad una soffiata anonima, si ritrova a doversi intrufolare nel manicomio di Mount Massive, per indagare, secondo quanto gli è stato rivelato, su fatti e fattacci che stanno accadendo nel posto.

La visuale è in prima persona, non il massimo per me che non sono un particolare fan degli FPS, tuttavia noto già che abbassando lo sguardo posso vedere i “miei” piedi; direte “e allora?”. Beh, in quante altre avventure con questa visuale potete vedervi i piedi? Sembra una cavolata, ma per me vale un quarto del titolo. Come già detto tutto è ridotto ai minimi termini, non c’è HUD, niente barra della vita, niente frecce che vi indicano la via (ok è tutto imbinariato, ma oggi ti mettono le frecce ovunque), nulla, un cavolo di niente, al massimo potrete accendere la telecamera e usare la visione notturna al buio. L’unica licenza che si sono presi è il rendere lampeggiante gli oggetti interagibili, come le batterie (vitali per ricaricare la telecamera) e i documenti, che forse dopo il tempo speso per scriverli hanno pensato “e adesso ve li leggete tutti, non ve ne facciamo mancare uno! ... e non rompete!”.

Già da subito si capisce che aria tira, d’altronde pezzi di cadavere e sbratti di sangue sui muri crivellati di colpi non lasciano molto alla fantasia. Considerate che non avete armi, se non la vostra fidata camera, e non ne troverete nessuna: in caso di necessità potrete solo scappare via dai pazzi omicidi che infestano il manicomio e sperare di trovare un nascondiglio per far perdere le proprie tracce. Perché Outlast è un gioco horror si, ma anche un gioco di fughe, dove è necessario occultarsi meglio di come farebbe Sam Fisher, esplorare e, non ultimo, farsela addosso. Si perché qui di opzioni ce ne sono poche, fuggi o muori, e anche in malomodo.

E allora qualsiasi armadietto, letto o tavolino è un’ancora di salvezza che ci separa dalla morte, un rifugio “sicuro” dagli occhi indiscreti e dalle braccia nerborute dei folli del manicomio; tuttavia non ne possiamo abusare perché, prima o poi, ci troveranno per cui dobbiamo per forza procedere, andare avanti nell’avventura, lasciare il nostro nascondiglio e cercare di avanzare nelle stanze trasudanti pazzia di Mount Massive.

l battito del nostro cuore e il respiro ansimante del protagonista pregno di terrore ci accompagna in tutta l’avventura e ci fanno da sottofondo unitamente alla colonna sonora, assolutamente in stile horror, che è puramente mirata a mettere alla prova gli sfinteri dei giocatori. E tutto funziona, tutto fila liscio sui binari prestabiliti. Tutto va, almeno fino a tre quarti dell’avventura, perché poi la tensione comincia a livellarsi, l’adrenalina scende, comincia a subentrare un senso di rifiuto, di stanchezza. Forse è il nostro cervello che è arrivato al limite? Saturo di adrenalina ci chiede di farla finita ed abbandonare il poveraccio al su destino virtuale? Forse la nostra materia grigia ad un certo punto si ritrova anestetizzata e meno capace di provare empatia e terrore con lo sfortunato, seppur autolesionista, reporter?

La risposta magari è più semplice: il mordente si comincia a perdere per strada, il viaggio sospeso tra follia, paranormale ed incubo assume connotati più “terreni” e tutto, pian piano, sfuma. Quale delle ipotesi è più reale? Vi sfido a scoprirlo da voi, e a dire la vostra. Allora impugnate mouse o pad, se lo avete acquistato per playstation, e immergetevi nella paura vecchio stile, pronti a saltare dalla sedia e a farvi galoppare il cuore, in questo imperdibile Fist Person Shooter Horror.

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