Perché la Storia ha bisogno della Pirateria Informatica
Pirateria e Preservazione Videoludica

Si parla spesso dei presunti danni che la pirateria informatica causerebbe al mercato, videoludico e informatico in generale, diminuendo le vendite e facendo cadere le software houses come mosche. Così come si parla spesso di DRM, dei pro e dei contro del loro utilizzo. Ne abbiamo parlato poco tempo fa anche con Archeologia Videoludica, nel primo speciale di questa stagione.
Benj Edwards, storico e collezionista di computer e video game “vintage”, nonché fondatore della blogazine Vintage Computing and Games, ci mostra tutta la faccenda da un punto di vista più ampio: quello della preservazione storica e culturale dei software che i DRM “proteggono” e che la pirateria “ruba”.

Il suo articolo “Why History Needs Software Piracy” merita una lettura integrale, ma vi riporterò qui alcuni stralci e considerazioni. Punto iniziale, e fondamentale, dell'articolo di Edwards è l'importanza di conservare programmi, apps, browsers e qualunque altro tipo di reperto informatico esista perché possano, in futuro, essere studiati e visionati. Non sono importanti solo i prodotti più famosi e venduti, che ancora oggi, in una certa forma, vengono ripubblicati, ma tutti quanti, anche quelli sconosciuti o di scarsa rilevanza economica o qualitativa, che vengono pubblicati e dimenticati dopo qualche mese. Al momento questa preservazione è legalmente impossibile da ottenere.

Se alcune “macchine”, precursori del moderno pc, possono essere trovate con relativa facilità ancora oggi, moltissimi programmi sono già andati persi per sempre. Per esempio quelli inizialmente pubblicati su floppy disk: i floppy hanno da uno a trenta anni di vita, dopodiché i dati che vi sono stati scritti sopra diventano illeggibili. Ancora peggio, molti di questi floppy contenevano una protezione (DRM preistorici!) volta a impedire qualunque tipo di copia! Dieci, venti anni dopo l'acquisto del floppy, i dati sono persi senza possibilità di farne un back-up, neanche per se stessi. Per fortuna, però, la pirateria esiste da molto prima dei DRM, e se alcuni di questi programmi ancora oggi si trovano, e storici come Ben Edwards possono studiarli, è proprio grazie a essa. Dice Edwards (traduzioni mie):

Nell'ultima decade, collezionisti e archivisti hanno compilato una vasta collezione di software non più pubblicato per macchine vintage (pensate all'AppleII, Commodore 64 e simili) e le hanno diffuse tramite servizi di filesharing e siti di abandonware. Con questo processo, hanno creato una biblioteca di software underground che, nonostante la sua relativa novità, sembra l'archivio perduto di un'antica civiltà digitalizzata.

Come giornalista e storico, io dipendo da queste collezioni pirata per fare il mio lavoro.

E ancora:

Il database di computer e videogiochi più grande del web, MobyGames, ha catalogato circa 60.000 giochi al momento. Crica 23.000 di questi titoli erano originariamente stati rilasciati su sistemi che usavano il floppy o le cassette come media di distribuzione primario.

23.000 giochi! Se le cose fossero andate come i publishers e la legge sul copyright vorrebbero, quasi tutti questi titoli sarebbero svaniti dalla faccia della terra a causa del deterioramento del media nei prossimi 10 anni.

Il concetto, peraltro, non è nuovo. Come fa notare Edwards, sono i testi, le pergamene, le tavolette che furono copiate più spesso e più diffuse, a resistere ai vari accidenti del tempo e a giungere fino a noi. Moltissime altre sono andate perdute proprio perché ne era vietata la riproduzione e quelle poche copie esistenti sono state distrutte o irrimediabilmente rovinate.

Ma è possibile che non ci siano alternative legali alla preservazione pirata? Al momento, no. Negli USA, dove Edwards lavora, esistono biblioteche informatiche ma quello che possono fare è impilare copie fisiche del software X sui loro scaffali. Sono impossibilitate a copiare tale software, aggirando i limiti delle protezioni che contengono, per far sì che i dati sopravvivano alla morte del loro contenitore – il che rende queste biblioteche quasi inutili ai fini della preservazione storica e della consultazione di programmi datati.

Ma la perdita di materiale più grande non è quella del passato quanto quella che avviene nel presente e che avverrà, probabilmente, sempre di più nel futuro. Cito ancora dall'articolo:

Gli app stores e gli altri metodi di distribuzione digitali – che spesso connettono inestricabilmente il software acquistato a un solo compratore, a volte ad una sola macchina – minacciano di privarci di ancora più software nell'immediato futuro.

Grazie all'ampia adozione di DRM aggressive e a un modello di distribuzione da una sola fonte, gran parte del software distribuito digitalmente svanirà dalla storia non appena questi negozi chiuderanno. E credetemi, un giorno chiuderanno.

Peggio ancora per i servizi in cloud che sono difficilissimi, se non impossibili, da piratare, e per i quali, quindi, non c'è neanche la speranza che qualcuno di buona volontà si sia messo a collezionare e conservare le varie versioni.

Questo quadro della situazione non è grave solo da un punto di vista prettamente storico, ma anche da un punto di vista culturale e umanistico, perché moltissimi di questi servizi e DRM permettono al venditore il totale controllo dei prodotti già acquistati dal cliente, che se li trova aggiornati, modificati, o rimossi, senza che possa farci nulla. Cito sempre Ben Edwards dal suo articolo:

Mi preoccupa notare come il software iOS oggi si aggiorni a un'incredibile velocità e che cancelli le versioni precedenti, a meno che non vi siate presi la briga di archiviarle. E' una funzione conveniente e meravigliosa sotto molti aspetti, ma questa pratica riscrive la storia con ogni download. Cosa sarebbe successo se Photoshop fosse stato aggiornato così dal 1990? Qualcuno avrebbe ancora una copia della prima versione che lavorava con i layers? Un pezzo dalla così grande importanza storica sarebbe stato perso. […]

Accettando DRM restrittive nella nostra vita, stiamo dando non solo ai publishers di software ma ai publisher di ogni media, il potere di cancellare, controllare o manipolare la storia della culturale digitale, se lo vogliono. E' per questo che le DRM sembrano così fondamentalmente sbagliate dal punto di vista umanistico: cospirano, in combutta col tempo, per privare l'umanità degli artefatti culturali che si è guadagnata.

La colpa non è solo delle DRM, è anche dell'obsoleto sistema di copyright, che, in USA o in Italia (con qualche differenza), ostacola il processo di conservazione del software di ogni tipo. In USA è attivo per ben 95 anni, un lasso di tempo di gran lunga eccessivo persino per supporti fisici che durano secoli, come la carta – e abbiamo già visto come alcuni supporti, come i floppy, “muoiano” ben prima. Come è stato detto, neanche le biblioteche hanno il permesso di aggirare le DRM e copiare i software per preservarli; né i produttori hanno l'obbligo di depositare una copia digitale DRM-free del loro prodotto da qualche parte. Continuando a citare Edwards,

La nuova Grande Biblioteca sta già bruciando, e stiamo solo cominciando a sentirne il fumo.

Qual è la conclusione? Viviamo in un mondo dominato dagli interessi economici e dal commercio, in cui non si bada al valore culturale dei nostri prodotti, o addirittura non lo si comprende (“Non c'è nessuna importante eredità culturale nel Lotus 1-2-3”, dice un commentatore di Edwards “E' solo un programma obsoleto.”). E' utopia pensare che chi vende questi prodotti possa, o voglia, anche assumersi la responsabilità di preservarli – e preservarli *tutti*, non solo quelli che fa comodo a loro che la storia ricordi. L'ideale sarebbero delle leggi, degli enti, che diano una mano in questo senso... ma sono anni che le leggi sul copyright e sulle DRM diventano solo più aggressive e più invasive – si pensi non solo a tutti i programmi che richiedono di essere sempre online, ma anche al fatto che gli anni di validità del copyright non fanno che aumentare, in barba al loro scopo di essere un incentivo per l'artista. Fino ad adesso, l'unico aiuto a storici e studiosi è venuto proprio dai pirati, e non solo in campo videoludico. Chiude Edward:

Il fatto che la gente compri ancora l'accesso a media digitali in gran numero significa che la pirateria semplicemente non è il problema che si pensa che sia. Infatti, la pirateria stessa è una soluzione ad un altro problema: il problema della proprietà intellettuale fin troppo protetta. Sarebbe fantastico se queste compagnie che usano rigide DRM e che spingono per leggi anti-pirateria più aggressive vedessero la necessità di pensare un po' meno al proprio profitto per il maggior vantaggio della storia, ma dal momento che questo è raramente l'obiettivo del libero mercato, è inutile sperarci.

Sta a noi, come generazione, preservare la nostra storia culturale. Dobbiamo anche premere per delle riforme della legge sul copyright che permettano al software di occupare il giusto posto negli archivi storici senza che ci sia bisogno di affidarsi al lavoro dei pirati.

Se amate il software, compratelo, usatelo e ricompensate le persone che l'hanno fatto. Io lo faccio tutto il tempo, e supporto il diritto dell'industria di fare soldi con loro prodotti. Ma non abbiate paura di farvi vanti per i vostri diritti culturali. Se vedere una rigida DRM e una protezione che minaccia la preservazione della storia, combattetela: copiate il lavoro, tenetelo al sicuro, e infine condividetelo così che non vada mai perso.

Alcuni penseranno male del vostro lavoro di archiviazione adesso, ma si trovano dal lato sbagliato della storia: nessuno fra 500 anni vi giudicherà male per aver infranto il copyright quando potranno prendere un vecchio programma e provarlo loro stessi.

Di pirateria, protezioni e voglia di videogiochi sull'Ogi Forum

Gamanek scrive:28/10/2013 - 16:42

Ma, generalmente è l'idea dietro molti gruppi di pirati... se inizialmente era semplicemente "gusto del proibito" o sfida tecnologica, ora in più di una release di gruppi di pirati (Skid sopra tutti) si vede la volontà di diffondere il software per uso "di prova" o "di preservazione", soprattutto nel caso di alpha o leaks con funzioni che la versione definitiva non ha.
Secondariamente poi, a tutto questo, si aggiunge il fatto che ho avuto un'esperienza RECENTISSIMA (tipo che ho concluso l'odissea due giorni fa) con un gioco chiamato Big Scale Racing: un gioco di corse R/C che, essendo uno dei pochi titoli non in flash/unity dedicati alla questione, è anche uno di quelli fatto meglio anche all'alternativa (a sub mensile) VRC pro... in questo caso è stato fondamentale il gruppo TNT che aveva l'unico torrent ancora disponibile... considerato che la BumbleBeast ha fatto solo quel gioco, e che su Amazon è rimasta una copia usata a 30 dollari, uno inizia a pensare che in effetti ci potrebbero essere altri casi di questo tipo.
Altro esempio: i film indipendenti. Alcune case indipendenti chiudono molto presto, e le loro cose vengono o comprate, o date a chissà chi, che poi a sua volta le vende o le perde o semplicemente ne perde i diritti, e vanno irrimediabilmente perse. Non è una cosa tanto leggera, per niente.

L'importanza della "pirateria" è più o meno quella di un qualsiasi altro collezionista. Al solito bisogna vedere in che modo e in che senso si usa una cosa.

Anonimo scrive:28/10/2013 - 11:41

Magari il mio potrebbe essere interpretato come un rosicare gratuito, ma in quanto è stato riportato rientra anche il fatto di avere il canino avvelenato con le "nuove formule" di divertimento delle console di prossima generazione: tutto in cloud, a beneficio dei produttori.

In questo, poi, la Sony con il sistema Gaikai sta per dimostrarsi la peggiore: anche se un titolo "pre PS4" già ce l'hai, siccome la retrocompatibilità con i supporti fisici non c'è (e già qui la bile travasa) ti concedono di scaricartelo dalla loro cloud...a pagamento!

Atteggiamenti del genere contribuiscono a perdere i programmi, allontanando le persone.

Su PC, poi, il dover (molto spesso) autenticare il prodotto on line per poterne usufruire mi è sempre sembrato uno schiaffo in piena regola: ma come?! Io ti compro il tuo programma, e tu mi obblighi a delle procedure assurde per farlo girare?!
La mia reazione al 90% è: "Ma vai a spalare carbone in miniera, va'!"

Quindi, non posso che essere d'accordo con l'Autore del saggio che avete portato all'attenzione: ben venga la pirateria se serve a combattere posizioni miopi o, peggio, interessate solo all'aspetto del profitto senza rispettare i potenziali acquirenti e il patrimonio culturale/digitale!

Gwenelan scrive:28/10/2013 - 16:56

Non penso proprio che tu stia rosicando gratuitamente; quel che dici è più che giusto :).
Non sapevo della bella idea di Sony con i giochi vecchi per PS4 O_O. Da denuncia, secondo me. Questo pezzo, e quello successivo sulle protezioni assurde, mi fa venire in mente un bellissimo saggio di Doctorow sull'argomento - grazie dello spunto, inserirò la cosa nel prossimo articolo ^-^!
E grazie mille del commento :)!

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