
Forse è per questo che ho sempre amato il gioco che in qualche modo simulava gli show televisivi; certo c’erano differenze sostanziali tra l’A-team e Donkey Kong e capivo che Mike Buongiorno quando faceva girare la ruota della fortuna non era esattamente come Snake che spezzava il collo al malcapitato soldato di turno.
Mi piaceva che i videogiochi avessero una trama, anche se stupida o arrangiata, e passavo il tempo a fantasticare sui retroscena tra una sessione di gioco e l’altra; ma quello che mi ha sempre fatto impazzire era vedere il protagonista della storia che prendeva forma pixel per pixel sullo schermo ed averlo lì, a portata di joystick che aspettava solo di essere maciullato guidato verso la vittoria, assistere all’avventura che stava prendendo forma sulla tivù ed esserne il main character assoluto. E così diventavi Mario l’ammazza scimmioni, o l’anonimo tipo che prendeva a mazzate i mostri nella sconosciuta miniera; non era importante il cosa, il bello è che come in un film potevi vedere lo svolgimento della storia.
Ok, all’inizio era tutto delegato alla fantasia, ma col passare del tempo e l’evolversi della tecnologia ciò che immaginavo diventava realtà, con le accennate figure in 2D che diventavano sempre di più piene di pixel prima e poligoni poi, con quelle trame scarne lasciate al povero inchiostro con due righe sul manualetto che pazientemente prendeva via via forma in filmati introduttivi sempre più immersivi e realistici. Ed eccolo là, lo Snake sopracitato, il Gabe Logan, oppure Link, per non parlare di Sam Fisher o Lara Croft… Sempre più affascinato dall’atmosfera cinematografica e immedesimante.
Quasi non si giocava più. Si viveva una storia, si prendevano le sembianze dell’omino o donnina elettronica che magicamente sotto il tocco delle nostre dita compivano azioni mirabolanti e incredibili e finivano maciullati per diventare eroi di avventure fantastiche; non importava se l’aspetto era quello di un energumeno anziché quello di un astronave, di una sinuosa ragazza che ci mostrava le tette mentre eseguiva una combo mortale o una macchina sportiva che sfrecciava incontro al frontale all’arrivo. Ciò che più importava era vedere se stessi proiettati nel mondo digitale, come un proto Tron dei poveri che dava vita all’avventura e non era costretto a subirla passivamente come spettatore. Cavolo! Era anche meglio della tivvù… e non c’era neanche il TG4! Ma, ad un certo punto, ci fu una svolta. Nel 1995 entravo in contatto per la prima volta con Wolfenstein 3D e qui cambiava tutto!


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