La gioia nevrotica del giocare
Titolo originale: The Neurotic Joy of Gaming

Vi proponiamo oggi la traduzione di un pezzo scritto da Chris "Artful Gamer", autore di un blog dove potete trovare diversi spunti di riflessione interessanti e che siamo sicuri potrà diventare uno dei vostri punti di riferimento nel prossimo futuro qualora amiate leggere qualcosa che vada aldilà di semplici recensioni o soluzioni.

In "La gioia nevrotica del giocare", sapientamente tradotto da The Ancient One, analizzeremo infatti il cosa e il perchè ci spinge a giocare, a prendere in mano giorno dopo giorno quegli strumenti fondanti della nostra passione.

Curiosi di conoscere la risposta? Non vi resta che proseguire nella lettura..

Recentemente Nels Anderson ha messo in evidenza un post apparso sul blog "Psychology of Video Games" curato da Jamie Madigan. Il post di Madigan, pur senza dire niente di nuovo (e pur essendo basato su una di quelle ricerche sociali sperimentali che erano già fuori moda negli anni '60 - scusate, ma non sono riuscito a trattenermi...), solleva la domanda più importante, e ancora senza risposta, che dobbiamo porci in quanto giocatori: perché videogiochiamo?

Nels ci fa fare un grande passo avanti verso la comprensione del problema quando osserva (nella sua risposta al post di Madigan) che: "Dobbiamo escogitare dei modi migliori per parlare di ciò che rende i giochi gradevoli". 

I giocatori, ho notato, non si esprimono chiaramente quando si tratta di comprendere le nostre esperienze di gioco. Certo, possiamo dibattere per ore su cosa ci piace e non ci piace del design o delle meccaniche di un gioco, su quale sia il personaggio del gioco col quale ci identifichiamo meglio, o su quale sia quello con cui non riusciamo ad entrare in contatto, o su quanto sia "immersivo" il mondo di gioco... Ma tutto questo non è esprimere chiaramente le nostre esperienze e ciò che hanno rappresentato per noi. Parlare chiaramente di noi stessi richiede un linguaggio specifico, che inquadri le cose nella giusta prospettiva, tantopiù quando si tratta di definire cosa rende il videogioco così dannatamente gradevole.
 
A questo scopo voglio giocare con quell'idea di "padroneggiare il gioco" (menzionata sia da Madigan che da Nels) secondo la quale padroneggiare un gioco è di per sé il divertimento stesso del gioco.
 
Padroneggiare come Piacere
 
Nels scrive:
"... sicuramente sono tanti i giochi in cui ho stretto un forte legame con la storia e con i suoi personaggi (Planescape: Torment, Fallout, praticamente ogni avventura, ecc.). Ma i miei giochi preferiti restano prevalentemente quelli che mi hanno consentito di padroneggiarne il "sistema", di migliorare le mie abilità. Questo spiega anche perché così tanti giochi dalla storia orribile e dalla sceneggiatura misera siano invece un'esperienza assolutamente soddisfacente..."
 
Condivido il suo piacere nel padroneggiare un gioco e nell'acquisirvi abilità; e credo che questo valga anche per la maggior parte dei giocatori. 
Ultimamente, dopo tanto tempo, ho rigiocato a Final Fantasy VII, riprendendo familiarità con il suo mondo. Nonostante lo abbia già giocato innumerevoli volte, ad ogni partita scopro sempre qualcosa di nuovo e sorprendente (per esempio, fino ad ora non avevo veramente compreso "l'Elemental materia"), oppure imparo a sfruttare meglio una determinata area di gioco per massimizzare il livello dei miei personaggi. 
Chiunque abbia giocato a Tetris conosce la gioia di padroneggiare un gioco (pensate al piacere che si trae dal completare in un colpo solo quattro file di mattoncini...).
 
Padroneggiare come Dispiacere
 
Contemporaneamente, però, quello di padroneggiare una cosa non è il solo modo che abbiamo per godere di essa. Spesso, anzi, lo sforzo di padroneggiare qualcosa è di ostacolo proprio al suo godimento. 
Faccio un esempio: vicino alla nostra città c'è una grande riserva naturale in cui a me e alla mia fidanzata Stacey piace fare escursioni. È una foresta grande e complessa, con decine di sentieri in cui perdersi. Nel tempo abbiamo avuto modo di farci delle passeggiate in compagnia di persone che amano padroneggiarne i sentieri: vogliono imparare tutte le scorciatorie, il percorso più breve per attraversarla tutta, il modo più efficiente di mangiare (in piedi!) mentre vi camminano, ecc. ecc. Quando io e Stacey andiamo a fare un'escursione, invece, lo facciamo per vedere il paesaggio. La terra, gli alberi e l'acqua ci parlano; ma, perché questo possa accadere, dobbiamo fare poco rumore, a volte dobbiamo addirittura restare in assoluto silenzio. Ed è questo tipo di gioia a non potersi concretizzare se siamo noi stessi i primi a prendere le distanze dal parco, sforzandoci di padroneggiarlo.
 
Torniamo ai videogiochi. Temo che il giocare sia diventanto principalmente un modo per padroneggiare luoghi immaginari. Shadow of the Colossus, un gioco che può essere facilmente ricondotto all'uccisione di cose, diventa un esercizio di dominazione di altre bestie. Le ricche gioie evocate dai suoi spogli paesaggi sono presto offuscate dala gioia derivante dal controllo, dal padroneggiamento e dall'uso. Lo stesso può essere detto per giochi come World of Warcraft, che calano il giocatore in un ruolo incentrato sullo sfruttamento.
 
Questo è particolarmente evidente se pensiamo che (come riconosce lo stesso Madigan) molti di noi giocano prevalentemente per trovare "una temporanea fuga lontano dalla realtà, ed in particolare dal lavoro e dalla scuola. Se certi giochi ci lasciano in preda all'ansia e alla frenesia, altri possono essere molto rilassanti. Ma alla fine la vera essenza dei videogiochi è il padroneggiarli, lo sviluppare nuove abilità o l'acquisire nuove conoscenze". 
I giochi sono diventati un modo per gestire sintomi psicologici: ci permettono di evadere dai fattori di stress e dalle responsabilità di cui le nostre vite quotidiane sono piene. Il nostro desiderio di padroneggiare nel mondo privato dei giochi sembra indicare, con una certa chiarezza, un desiderio di controllo che nelle nostre vite pubbliche resta per la gran parte insoddisfatto. Ci rivolgiamo cioé ai giochi per soddisfare tale desiderio e così essi diventano ciò che Freud definirebbe "gratificazioni sostitutive" o "piaceri nevrotici". 
Il gioco, quando lo definiamo in negativo come modo per gestire lo stress lavorativo o scolastico, è una forma di repressione. Questa è quella che io chiamo una "definizione negativa" del gioco: un modo per modulare lo stess senza però realizzare niente di positivo in sé. Per questa via il gioco è circoscritto e incorniciato dal lavoro. Ed è una situazione pericolosa in cui trovarsi.
 
 
Come Uscirne (ovvero: La Gioia Poetica)
 
Intendo però oppormi a tale pessimistica interpretazione. Del resto il problema della psicanalisi Freudiana è esattamente questo: ritenere che il prodotto finale della civilizzazione sia la repressione. Preferisco seguire il percorso tracciato da Norman O. Brown nella sua opera magna "Life Against Death" (Capitolo XVI: The Resurrection of the Body) e da Gaston Bachelard nel suo "Poetics of Space". 
Vivere con gioia: il vero divertimento, libero dal fardello della repressione, la "pura sublimazione" (come la chiama Bachelard) è possibile. Questa attività è chiamata Gioco. 
La Giocosità (che di per sé stessa è espressione di un piacere in sé) non aborra i confini, né li considera "regole" inviolabili. Il Gioco prende i confini e li rende parte del suo dinamismo espressivo. Il lavoro (e con esso tutti i nostri ambienti istituzionalizzati) diventa luogo di gioco. Ma la giocosità per gli adulti non è quella perversione, polimorfa e naïve, che osserviamo nei bambini. Gli adulti devono imparere a giocare attraverso il linguaggio, attraverso le pratiche culturali e le istituzioni in cui vivono, che ci piaccia o no. I videogiochi e il lavoro sono due di queste istituzioni.
 
Considero "l'immaginazione poetica" come fonte delle gioie del gioco. 
Quando libero la mia immaginazione (utilizzando come tramite il mondo che mi viene offerto da una storia, da una poesia o da un gioco) parte di me è "nel gioco" e parte del gioco è "in me". Diventa difficile tracciare il confine tra me e questo mondo immaginario. 
È in questi momenti (quando consento a me stesso di far vagare liberamente la mia immaginazione, nel rispetto del mondo che il luogo mi offre) che la mia giocosità raggiunge il suo apice. Vedo ciò che prima non avrei potuto vedere. Provo dei sentimenti (paura, piacere, rabbia, sorpresa, disgusto) che non provavo quando ero all'esterno di quel mondo e lo scrutavo da lontano. 
Quel mondo fa affiorare in me nuove esperienze: Shadow od the Colossus non è più una serie di missioni contro dei colossi da sconfiggere per poterlo completare, ma è un paesaggio austero che permette ad Agro di trottare, galoppare e far esplodere tutta la sua vitalità. Guardare Agro correre, o udire il tonfo dei passi di un colosso mentre Wander inciampa freneticamente per scappargli, è un qualcosa che incute paura. Mentre gioco ed uso i contorni del mondo per arricchire la mia immaginazione, mi sovviene che io non solo ho un corpo, ma anche che io SONO un corpo. 
 
Diventare Espressivi
 
In altre parole, io a volte videogioco per "scaricare la tensione" del lavoro o per evadere da tutte quelle terribili pretese della vita da studente che stanno al di fuori del mio controllo. 
Ma quando invece il padroneggiamento (o la dominazione, o la violenza, o l'aggressione, ecc.) diventa la fonte principale del piacere che traggo dal gioco, ciò pone una serie ipoteca sui miei desideri: li gratifica nell'immediato, per poi farli esplodere di nuovo solo qualche settimana dopo. 
È un piacere nevrotico. 
 
Invece, quando riempio un gioco con il mio immaginario e mi rendo parte del mondo che mi offre (qualunque esso sia), e nel farlo permetto a me stesso di venirne trasformato (emotivamente, corporalmente e spiritualmente), io godo del gioco in un modo completamente diverso, non viziato dalla repressione o dalla nevrosi. 
E questo modo poetico di immaginare cambia il gioco stesso: non posso più limitarmi a spengere il gioco dopo qualche ora e decretare che per quel giorno è ora di smettere. 
A quel punto il gioco è dentro di me. 
 
Resto sveglio ad immaginare parole per spiegare alla mia fidanzata, alla mia famiglia, o ai miei amici, ciò che ho vissuto poco prima. 
L'immaginazione poetica mi chiede di farmi artista: mi chiede di esprimere a vantaggio di altri qualcosa che necessita di essere espresso di nuovo. 
Imparare a giocare in questo secondo modo, e mostrare alle altre persone che il gioco è uno dei mezzi che ho per esprimermi, è diventato il lavoro della mia vita.

L'articolo originale (con sentiti ringraziamenti all'autore)
E voi cosa pensate? Riflessioni e pensieri dall'Ogi Forum

_swim_ scrive:13/07/2012 - 11:45

ti ringrazio molto per lo spazio lasciato ai commenti, sarò breve. Ho 40 anni, ho cominiato con rpg 24 anni fa installando UltimaIV sul mio PC. Ricordo che l'introduzione del PEGI fu ai tempi aspramente criticato da me per primo. Penso che l'interazione emotiva e la possibilità di evadere massivamente da se stessi siano un piacere come un pericolo. Per me, come le sigarette, irrinunciabili in ogni caso...
un abbraccio, 1337

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