Lord British alla conquista del Wild Basin
III parte - Sulle tracce dell'Impero Selvaggio

Terza e ultima parte del reportage

La pericolosità della fauna dev'essere stata una delle maggiori fonti di preoccupazione per i membri della spedizione. Lo stesso non si può dire del rischio di morire di fame. Il motivo ce lo spiega The Fat Man (pseudonimo dell'autore delle musiche di The Savage Empire), un uomo enorme, pelato, con un sigaro acceso sempre in bocca, una malcelata aggressività e una testa curiosamente minuscola: "La qualità del cibo è stata la parte migliore della spedizione. Quei nativi sapevano bene come trattare gli ospiti: ogni giorno ci organizzavano banchetti, grigliate, barbecue. Una vera goduria!". A questo punto si interrompe per emettere un potente rutto, dopo di che reclina leggermente la testa, sorridendo, come se stesse assaporando la purezza di quel suono. "Comunque - continua - il cibo è l'unico motivo per cui mi imbarcherei nuovamente in un'avventura simile. Il cibo... e le donne. Solo una donna sarebbe in grado di convincere un uomo a prender parte ad un safari in un posto dimenticato da dio come questo.  La mia vacanza ideale? Una bella gita in barca". Dopo un attimo di pausa, The Fat Man riprende a parlare: "E così ho detto allo stregone: 'Che emicrania! Ho la testa che sembra un pallone!' E lui mi ha curato... a modo suo..."

"Era un posto strano, molto strano", ammette Denis Loubet, 33 anni, autore del manifesto promozionale di The Savage Empire. "Nella jungla il legname di qualità è molto scarso, così i nativi costruiscono le loro case simili a enormi scatole usando grandi pannelli di vetro".


un esemplare di fauna locale mentre si diletta con il cappello di uno dei dispersi

"Per me è stata un'esperienza grandiosa!" dice Marc Schaefgen, 20 anni, specialista di effetti sonori. "Sono pronto ad imbarcarmi in un altro safari anche subito. Le cose non sono andate poi tanto male, se escludiamo il fatto che ci siamo persi e che io e The Fat  Man non facevamo altro che litigare a proposito dei nostri gusti musicali. A proposito, io sono un chitarrista. Ah, mi trattava bene solo se gli cucinavo qualcosa. E poi c'era Steve Beeman che non si fermava un attimo e continuava a ripetere 'Dormire? Dormire è per i deboli! Avanti!'. Quella era una delle cose che mi piacevano meno. Spero che al prossimo safari quei due se ne stiano a casa".

Ritorno a casa
"Erano passati ormai diversi giorni - dice Philip Brogden, 30 anni, consulente ai dialoghi del film - quando i nativi ci avvertirono che nelle vicinanze si trovava un altro gruppo di esploratori come noi."
Bob Quinlan, 29 anni, l'assistente esecutivo di Beeman, non concorda: "Non è andata proprio così. I nativi ci dissero che c'erano dei nuovi visitatori e che non vedevano l'ora di invitarli a una delle loro feste."
"Giusto... giusto..." riprende Brogden. "Beeman pensò subito che quella doveva essere la nostra chance per scappare. A quel punto della nostra avventura, Johann aveva riscoperto il suo lato 'selvatico', per cui Beeman era di fatto diventato il capo, con quel che ne consegue: spettava quindi a lui metterci in riga e minacciare licenziamenti a destra e a manca. Nel frattempo, The Fat Man ci aveva già licenziati tutti, ma per fortuna nessuno di noi lavora per lui. Ad ogni modo, Beeman ci convise a seguirlo nuovamente nella jungla e nuovamente ci perdemmo."
Glen Johnson, collega di Keith Berdak al casting, continua: "Fu davvero un peccato. Avrei voluto fare qualche provino per trovare nuove attrici per il nostro prossimo film. Nella tribù c'erano donne splendide... o, come diciamo noi esperti, delle gnocche da paura."


I sopravvissuti, sani e salvi, si preparano a tornare a casa
(no, non è sempre la stessa foto)

Jeff Dee, uno dei responsabili dello storyboard e marito di 'Manda Dee, aggiunge: "In quei momenti ero impegnato a  farmi beffe di Beeman. I suoi genitori sono originari dell'Hill Country, sapete? Steve non ama ricordarlo, dal momento che non sa spiegarsi per quale motivo non riuscisse a ritrovare la strada. Ad un certo punto notai che John [Watson] stava disegnando con estrema precisione una mappa di tutti i nostri spostamenti guardando la posizione del sole, aiutandosi con una bussola e cose così. Guardando la mappa vidi che aveva segnato persino la posizione del nostro campo base."
"Jeff mi chiese: 'Da quanto tempo stai disegnando quella mappa?'" irrompe John Watson, responsabile di alcune delle mappe e degli effetti grafici che appaiono nel film The Savage Empire. "E io risposi: 'Sin da quando siamo partiti. Ho pensato che mi sarebbe tornata utile per raccontare il nostro safari una volta tornati a casa'. Fu in quel momento che tutti si avvicinarono a guardare, ci fu un rumore, come un urlo, e a quel punto credo di essere svenuto. Quando mi svegliai ero coperto di lividi, soprattutto in testa. Due dei miei compagni mi stavano trasportando nel nostro vecchio campo base... proprio dove i nostri soccorritori si erano accampati."

E fu così che la spedizione perduta fu ritrovata, con tutti i suoi quindici membri ancora vivi e (a parte l'avvelenato Berdak) in buona salute. Quando questo articolo sarà dato alle stampe, tutti i membri della Spedizione nel Wild Basin saranno già nella tranquillità delle loro case, al lavoro sul loro prossimo film... magari valutando l'opportunità di imbarcarsi in un altro safari.

(3/fine)

Leggi la prima parte
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