Zork III, Parte 2
The Digital Antiquarian (la traduzione ufficiale italiana)

Cari Avventurieri, avete riempito le vostre borse di gioielli e danari (ovviamente del conio dei Testapiatta) per investirli in equipaggiamento e armi (o in una casetta bianca al margine del bosco se avete pensato di ritirarvi dall'attività)? Bene, perché è il momento di salutare il Regno Sotterraneo di Zork, e il nostro Antiquario Digitale preferito (nonché l'unico degno di tale nome), ma trattenete le lacrime, non è un addio. Dopo una serie di salti acrobatici che ci hanno portati dal 1979 fino al 1982, la traduzione ufficiale del The Digital Antiquarian tornerà e seguirà la normale cronologia, ripartendo proprio dal 1979, quando Zork I aveva rivoluzionato il mercato delle avventure testuali e decretato il successo della nascente Infocom.
Nel frattempo torneremo ad occuparci di Giochi di Ruolo per Computer, con il mitico CRPG Addict (vi mancava?) nella sua traduzione italiana ufficiale, sempre opera dell'instancabile e insaziabile The Ancient One.
L'argomento non ve lo rivelo, ma è davvero molto gustoso!
 
Prima dello struggente commiato, la completa lista degli articoli del ciclo di Zork:
 
Zork III, Parte 2
 
Buona lettura ... e non siate troppo nostalgici!
 
Festuceto

L’ultima volta abbiamo esplorato l’area a ovest dell’Incrocio. Oggi andiamo a est.
 
Lì troviamo il Museo Regale, che ospita una macchina del tempo che è il cuore dell’ultimo degli intricati enigmi escogitati da Blank appositamente per Zork III. È interessante confrontare il rigore con cui Zork III  tratta i viaggi nel tempo rispetto a quello di Time Zone, che, nonostante abbia proprio il viaggio nel tempo come tema centrale, si limita a nascondere sotto il tappeto la maggior parte delle implicazioni che vi sono connesse, rinunciando del tutto ad affrontarle. E, nonostante le sfide che i viaggi nel tempo offrono agli autori (perfino a quelli di narrativa tradizionale), gli enigmi “temporali” resteranno anche negli anni a venire fra i preferiti della Infocom.
 
E c’è da dire che, in questo primo tentativo, se la sono cavata piuttosto bene: non c’è un vero e proprio modo per “rompere” la simulazione, sia grazie a un modello sorprendentemente complesso, sia grazie a delle limitazioni molto astute che restringono il campo delle possibilità. Con un tocco di commedia leggera, che alleggerisce un po’ il tono generalmente opprimente del gioco, possiamo persino trovarci faccia a faccia (seppur solo brevemente) con Lord Dimwit Flathead the Excessive in persona, che per tutta la serie è stato oggetto di continue ironie:
 
>premi bottone
Sperimenti un breve disorientamento. Quando riacquisti la visti, ti ritrovi nel mezzo di una specie di cerimonia, con uno strano uomo dalla testa piatta con indosso i paramenti regali in procinto di rompere una bottiglia sulle sbarre di una gabbia di ferro che contiene dei magnificenti gioielli. Sembra lieto della tua presenza. Parla a voce molto alta, quasi assordando il povero servitore al suo fianco, il cui compito è quello di assicurarsi che i suoi desideri siano realizzati. “Ah! Un ladro! Te l’avevo detto che ci serviva più sicurezza! Ma, no! Tutti a dirmi che la mia idea, di costruire il museo sotto due miglia di montagna, circondato da centocinquanta metri di acciaio, era poco pratica! E ora che ce ne facciamo di questo… intruso? Ce l’ho! Costruiremo una grandissima fortezza sulla vetta della montagna più alta, con una stretta scala, lunga centinaia di metri, fino al pinnacolo. E lì resterà per tutta la sua vita!” Il suo vessato assistente sembra esitare. “Non pensa, Sua Maestà, che il Vostro piano sia un po’… ehm, un po’ troppo?” Il Testapiatta ci pensa sù. “No, non mi sembra.” esclama e così vieni portato via. Qualche anno dopo, la tua prigione è ultimata. Vi vieni condotto e vi trascorri il resto della tua misera esistenza.
 
** Sei morto **
 
Tutto quello di cui parlerò da qui in poi si riferisce a parti del gioco che sono state prese, sostanzialmente immutate, dalla versione di Zork per PDP-10. Per prima cosa, a sud del Museo Regale, c’è l’Enigma Regale, un elaborato gioco di logica che potrebbe ben essere il primo esempio di un enigma appartenente a quel genere dei “blocchi che scorrono”, che di lì a poco sarebbe diventato (tristemente) assai comune fra i giochi d’avventura. Questo però è più interessante di molti di quelli che gli faranno seguito. Dobbiamo spingere delle pareti di pietra arenaria su una griglia, per rinvenire un importante libro che è nascosto all’interno (facile) e per uscire fuori portandoselo dietro (difficile). Anche se è stato uno degli ultimi enigmi aggiunti alla versione PDP-10 di Zork, l’Enigma Regale era collocato da un punto di vista geografico piuttosto presto all’interno del gioco finito, vicino al grande labirinto e al covo del ladro. Questo enigma fu prevalentemente frutto delle fatiche del meno citato dei membri del team originale di Zork, Bruce Daniels. Fu eliminato da Zork I per ragioni di spazio, ma evidentemente alla Infocom lo consideravano troppo buono per restare fuori dai giochi per PC, e quindi lo inserirono qui, come aggiunta al Museo Regale.
 
Ed effettivamente è un buon enigma, che per essere risolto richiede un’attenta pianificazione e perfino qualche appunto cartaceo, pur restando sicuramente risolvibile. Ma, cosa ancora più importante, la sua risoluzione è divertente. Personalmente non ho mai capito la sua reputazione di enigma estremamente difficile (in questo senso è eloquente una frase di una vecchia soluzione: “E ora fate un bel respiro, perché state per entrare in uno degli enigmi più difficili di Zork III...”). In realtà, l’Enigma Regale richiede solo pazienza, un’accurata pianificazione, e - questo sì - la volontà di ricaricare molte volte: una pressione sbagliata su una parete è di solito sufficiente a rendere l’enigma irrisolvibile. Non è una passeggiata, è vero, ma è sicuramente molto meno sfiancante di certi altri enigmi disseminati per la versione PDP-10 di Zork e per i primi due giochi per PC, che fanno invece interamente affidamento su veri e propri “balzi intuitivi” (per usare un eufemismo). L’Enigma Regale avrebbe una sua dignità perfino come gioco a sé stante, separato cioè dal contesto di Zork. E infatti alcuni al MIT lo consideravano tale, sfidandosi non solo a risolverlo, ma anche a risolverlo nel minor numero possibile di mosse.
 
Con l’Enigma Regale alle nostre spalle, abbiamo adesso esplorato e concluso tutte le stanze inizialmente accessibili della mappa. In una delle scelte di design più discutibili, adesso il gioco ci lascia a vagare per la sua mappa, in cerca di una qualunque cosa nuova da fare. Alla fine entriamo nella Stanza delle Incisioni e ci imbattiamo in un vecchio addormentato, che (in cambio di un tozzo di pane) ci permette di accedere alla parte finale del gioco. Adesso si tratta solo di attraversare una serie lineare di enigmi, presi pari pari dal finale della versione per PDP-10 di Zork, tutti ideati da Dave Lebling. Questi enigmi sono adeguatamente ostici, ma (come l’Enigma Regale) lo sono per i giusti motivi. L’ostacolo principale è una specie di strano veicolo che dobbiamo capire come comandare. Come fa notare Jason Dyer nel suo interessante articolo sulla versione per PDP-10 di Zork, qui ci troviamo a faticare per visualizzare un elaborato marchingegno descritto solamente tramite testo; anzi, descritto con quello che, con ogni probabilità, è il passaggio più lungo di tutta la trilogia.
 
Dentro lo Specchio
Ti trovi in una scatola di legno rettangolare, la cui struttura è piuttosto complicata. Quattro dei suoi lati e il suo soffitto sono rivestiti, mentre il pavimento è aperto.
 
Guardando il lato opposto all’ingresso, due lati corti, alla tua sinistra e alla tua destra, sono fatti di legno intagliato e levigato. Il pannello di sinistra è di mogano, quello di destra è di pino. La parete che hai di fronte è rossa nella sua metà di sinistra e nera nella sua metà di destra. Sul lato dell’ingresso, la parete è bianca (in corrispondenza della parte rossa sulla parete opposta) e gialla (in corrispondenza della parte nera sulla parete opposta). Le pareti dipinte sono lunghe almeno il doppio di quelle non dipinte. Il soffitto è dipinto di blu.
 
Nel pavimento c’è un canale largo quindici centimetri e profondo trenta centimetri. Il canale è orientato in direzione nord-sud. Nel centro esatto della stanza, il canale si allarga, formando una depressione circolare, ampia forse sessanta centimetri. Incisa nella pietra, sulla superficie circolare di quest’area più bassa, c’è una rosa dei venti.
 
Da una parete corta all’altra corre, all’incirca ad altezza della vita, una sbarra di legno, incisa e forata con cura.  Questa sbarra è forata in due punti. Il primo foro si trova nel centro della sbarra (e quindi in corrispondenza del centro della stanza). Il secondo foro è all’estremità sinistra della stanza (sempre per chi guarda il lato opposto all’ingresso). In entrambi i fori corre un palo di legno.
 
Il palo all’estremità sinistra della sbarra è corto, allungandosi per circa trenta centimetri sopra la sbarra, e termina in un’impugnatura. Il palo è stato altresì inserito all’interno di un foro ricavato nel pavimento di pietra.
 
Il palo lungo al centro della sbarra si estende dal soffitto, attraverso la sbarra, fino all’area circolare nel canale di pietra. Questa estremità inferiore del palo ha attaccata sopra una sbarra a T, leggermente più corta di sessanta centimetri, e su tale sbarra a T è incisa una freccia. La freccia e la sbarra a T puntano verso ovest.
 
Dyer descrive questo enigma, in modo corretto, seppur anacronistico, come un enigma “Myst-like”. Ma, ovviamente, gli elaborati meccanismi di Myst vengono visualizzati e manipolati graficamente. E, effettivamente, per quanto meticolosamente descritto, dopo aver letto questo casino si desidererebbe un’immagine da osservare. Qui la Infocom, la principale fautrice mondiale del potere del testo puro, sta già scontrandosi con le sue limitazioni (basti pensare che Bruce Daniels ha scelto di rappresentare l’Enigma Regale con dei semplici diagrammi in ASCII, senza nemmeno provare a descriverli in prosa).
 
Proseguendo oltre, incontriamo finalmente il Dungeon Master. Per fortuna Zork III omette il quiz su Zork, che invece nella versione per PDP-10 era necessario per poter accedere al suo santuario interno, l’ultima area del gioco.
 
“Io sono il Dungeon Master!” tuona, “Ti ho osservato a lungo durante il tuo viaggio per il Grande Impero Sotterraneo. Sì!”, dice, come se stesse pensando a un passato quasi dimenticato, “ci siamo già incontrati, anche se io posso apparire diverso da come ti sono apparso un tempo.” Guardi attentamente il suo viso pieno di rughe e vedi le facce del vecchio della porta segreta, del tuo “amico” della scogliera e della figura incappucciata. “Hai mostrato gentilezza al vecchio, e compassione per l'incappucciato. Ti ho visto dare prova di pazienza durante gli enigmi e di fiducia alla scogliera. Hai dimostrato forza, ingegnosità e valore. Nonostante ciò, ti aspetta un'ultima prova. Ora! Dammi un ordine, e completa la tua missione!”
 
Il Dungeon Master diventa il nostro compagno; dobbiamo dargli comandi per risolvere l'enigma finale. Giocando questo enigma dopo quello, simile, con il robot di Zork II, ci si stupisce principalmente di quanto ora sia più facile e più diretto comunicare con gli altri, grazie al nuovo sistema di conversazione sviluppato da Infocom per Deadline e qui implementato.
 
Data la descrizione del Dungeon Master mostrata più sopra e il fatto che durante il gioco abbiamo collezionato pezzi di equipaggiamento per “diventare” Dungeon Master noi stessi – senza menzionare il tono serio e minaccioso di tutto quel che è avvenuto finora – il colpo di scena che chiude il gioco e la trilogia non sorprende del tutto. Lo stesso, ricoprire il nostro posto come Dungeon Master dà qualche brivido. Siamo arrivati molto oltre alle allegre cacce al tesoro.
 
Su una scrivania in fondo alla stanza possiamo trovare dei certificati che rappresentano un interesse di controllo nella FrobozzCo International, il conglomerato multinazionale e azienda madre della Frobozz Magic Boat Co., etc.
 
Mentre esamini felice le tue nuove ricchezze, il Dungeon Master si materializza accanto a te, e dice, “Ora che hai risolto tutti i misteri del Dungeon, è tempo che tu assuma il posto che ti sei guadagnato nello schema delle cose. Ho aspettato da troppo tempo qualcuno capace di liberarmi dal mio fardello!” Ti tocca leggermente con il suo bastone sulla testa, borbottando un paio di incantesimi ben scelti, e tu senti di star cambiando, di star diventando più anziano, più curvo. Per un momento, ci sono due maghi identici in piedi in mezzo al tesoro, poi la tua controparte diventa nebbia e sparisce, un ghigno sardonico sul viso.
 
Per un momento sei sollevato, tranquillo nella consapevolezza di aver completato la tua missione in ZORK. Cominci a sentire gli immensi poteri e la conoscenza che sono al tuo comando e brami per un'opportunità di usarli.
 
Molto di quello che è appena successo è ancora molto vago, la maggior parte dei dettagli, com'era tipico delle avventure di quest'era, lasciato all'immaginazione. Ma in questo caso, invece di sembrare il prodotto di limiti tecnologici o semplicemente una mancanza di talento nella narrazione, la vaghezza funziona. Si capisce che una spiegazione precisa rovinerebbe tutto. Vista la potenza di questo finale, dobbiamo essere contenti che Infocom abbia deciso di non sminuirlo con uno Zork IV. E, come nota anche Jason Dyer, è difficile non leggere questo finale in senso meta-letterale: “Ecco una nuova forma d'arte, grezza e non raffinata, che ha il potenziale di essere seria e profonda.” L'ultimo paragrafo, che non si trova nella versione originale ma solo in Zork III, aumenta questa impressione. L'ultima frase potrebbe persino riferirsi ai sentimenti della stessa Infocom in quel momento. E avrebbe senso – avevano in serbo un paio di anni memorabili.
 
Questo, quindi, è Zork III. Come hanno notato in molti, a volte con disapprovazione, è molto più corto di entrambi i suoi predecessori, con così pochi enigmi veri e propri che probabilmente li si potrebbe contare con le dita. Però, occupa circa lo stesso spazio dei giochi precedenti sul disco. Al posto di enigmi estesi e “scadenti” come labirinti e indovinelli, Blank ha implementato un numero minore di interazioni, ma più intricate e soddisfacenti. Ha implementato, in altre parole, più in profondità piuttosto che in vastità, dando inizio a una corrente che ha persistito, nell'interactive fiction, fino ai giorni nostri. Questo, combinato con quell'atmosfera riflessiva e tesa che sembra coinvolgere chiunque ci giochi e con il suo sovversivo fulcro tematico, fanno apparire Zork III come un passo avanti, non solo verso un approccio più soddisfacente alle avventure, ma anche verso quella cosa ineffabile chiamata Arte.

The Digital Antiquarian è un blog, scritto da Jimmy Maher, che si occupa di storia e di cultura del videogioco partendo dall'analisi di singoli videogiochi. OldGamesItalia è lieta di presentarvi la traduzione italiana, autorizzata dall'autore!
Se anche voi apprezzerete questo interessantissimo blog, non mancate di visitare la pagina ufficiale (in lingua inglese) e di sostenerlo tramite Patreon.
Traduzione a cura di: The Ancient One
Editing a cura di: Festuceto


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Zork III, Parte 1
The Digital Antiquarian (la traduzione ufficiale italiana)

Finalmente ci siamo, miei fedeli avventurieri, insieme abbiamo esplorato lugubri caverne ricolme di inquietanti creature e tesori luccicanti, sfidato il folle Mago di Frobozz e le sue stravaganti trappole, ma il nostro lunghissimo viaggio alla scoperta dei segreti del Regno Sotterraneo di Zork, è ormai quasi concluso. Non resta che l'ultimo capitolo della trilogia originale di Infocom, Zork III: The Dungeon Master. E se pensate che il terzo capitolo della saga, non possa eguagliare i primi due, come suggerirebbe l'esperienza in questi casi (qualcuno ha detto "Il Ritorno dello Jedi"?), ebbene, troverete nel prossimo articolo del The Digital Antiquarian parecchi validi argomenti per ricredervi.
Ma non perdete tempo a leggere le farneticazioni di un povero pazzo, asserragliato nella propria magione dalla notte dei tempi (circa un mese o due...), e fiondatevi subito nella lettura della prima parte dell'analisi di
Zork III, una tappa importante nella storia di Infocom e nell'evoluzione delle avventure.
 
 Non prima di aver sbirciato la succulenta lista degli articoli del ciclo Infocom:
 
Zork III, Parte 1
Zork III, Parte 2
 
Buona lettura e... salutatemi il marinaio!
 
Festuceto
 
Nel Settembre del 1982, la Infocom pubblicò simultaneamente il suo quarto e il suo quinto gioco, rispettivamente il secondo e il terzo di quell’anno. Starcross di Dave Lebling era un’avventura ambientata nello spazio profondo sullo stile di Incontro con Rama di Arthur C. Clarke. Ci arriveremo a breve [mentre i lettori del The Digital Antiquarian in italiano dovranno aspettare un po’ di più, perché dovremo prima recuperare gli articoli saltati per chiudere il ciclo di Zork; ndAncient]. Ma oggi voglio parlarvi di Zork III: The Dungeon Master, il capitolo successivo della serie ammiraglia della Infocom.
 
Anche se il finale e un enigma particolarmente intricato, sono presi in prestito dalla versione per PDP-10 di Zork, il resto di Zork III è un’opera originale realizzata dall’infaticabile Marc Blank, che sto imparando sempre di più a riconoscere come la principale influenza dietro allo “Stile Infocom”. Dopotutto è comunque la stessa persona che ha contribuito all’originale Zork per PDP-10, che ha lavorato senza sosta per rendere il parser migliore, che ha ideato la Z-Machine, e che ha allargato la definizione stessa di gioco d’avventura tramite Deadline [di cui, a questo punto, The Digital Antiquarian aveva già scritto, mentre noi dovremo aspettare ancora un po' per leggerne la versione italiana; ndAncient]. Zork III non è apertamente rivoluzionario come Deadline, ma è comunque un’opera migliore e più matura: migliore di qualunque altra cosa si fosse vista prima, non solo da parte della Infocom, ma anche da parte di chiunque altro. Il che non significa che sia un gioco facile. Anzi, è maledettamente difficile. Ma almeno è difficile per i giusti motivi. Non ci troverete labirinti o inutili difficoltà geografiche, niente indovinelli, nessuna difficoltà particolare con il parser, nessun conto alla rovescia per il cibo o per la durata della fonte di luce, né limiti all’inventario (o, meglio, nessun limite significativo). Niente stronzate. Ci troverete solo una piccola raccolta di enigmi più intricati e stimolanti di qualunque altra cosa si fosse vista fino ad allora, il tutto immerso nella più evocativa delle atmosfere.
 
Come dicevo prima, Zork ha sempre avuto una personalità schizofrenica. La serie non ha mai saputo decidere se voleva essere un’eccentrica commedia leggermente satirica piena degli esuberanti eccessi della famiglia dei Testapiatta, oppure una desolata tragedia che si svolge nella sbiadita grandeur del Grande Impero Sotterraneo che fu. La versione per PDP-10 del gioco e quella per PC del primo capitolo vacillavano ampiamente fra i due estremi, mentre Zork II (in gran parte grazie al lavoro di Dave Lebling) ha giocato alla commedia leggera. A Zork III non manca certo qualche battuta ben assestata sui Testapiatta, ma la sua atmosfera è prevalentemente quella di un’ampollosa austerità, con delle distinte stilettate di tristezza per i gloriosi tempi che furono. Inizia così:
 
Come in un sogno, ti vedi capitombolare giù per una grande scalinata oscura. Tutto intorno a te ci sono immagini confuse di lotte contro avversari fieri e diaboliche trappole. Queste però cedono il passo a un’altra serie di immagini: imponenti figure di pietra, un fresco lago di acque cristalline, e ora un uomo vecchio eppur stranamente giovanile. Si volta lentamente verso di te, con i lunghi capelli d’argento che danzano intorno a lui nella fresca brezza.  “Amico mio, hai raggiunto l’ultima prova! Ti sei dimostrato arguto e potente, ma ancora non basta! Vieni a cercarmi quando ti sentirai degno!” Il sogno intorno a te si dissolve, mentre le sue ultime parole riecheggiano nel vuoto...
 
“La tua vecchia amica, la lanterna d’ottone, è qui ai tuoi piedi”, ci viene presto detto; una frase che pare trasudare tutta la nuova visione espressa da Zork III. E infatti siamo ormai molto lontani dalla celebre casa bianca. Se Zork I (con la sua impostazione “punti in cambio di tesori”) è un po’ il prototipo dei giochi d’avventura, Zork III (un po’ come i giochi di The Prisoner) è tutto incentrato sul sovvertire le nostre aspettative di ciò che è un gioco d’avventura. E il suo traguardo più significativo e peculiare è proprio quello di essere un gioco dannatamente buono all’interno dei confini di quel genere che vuole allegramente sovvertire.
 
Ma andiamo avanti. Questa è una mappa della sua geografia, qualora vi vada di seguirmi nell’esplorazione, o (meglio ancora) vi vada di giocare insieme a me. Farò del mio meglio per non spoilerarvi Zork III in dettaglio, come faccio di solito in queste mie analisi; vale sicuramente la pena  faticarci un po’ su in prima persona. Le mie dritte, unite alla mappa e alla lista di oggetti da scoprire in ogni stanza, dovrebbero smussare un po’ gli angoli delle difficoltà principali, lasciando però intatto il cuore dell’esperienza.
 
 
 
 
Dalla Scalinata Senza Fine dove iniziamo, ci spostiamo a sud verso l’Incrocio. Un’altra vecchia amica, la nostra spada, è qui incastrata nella pietra, ma non riusciamo a estrarla in nessun modo. Questo “enigma” in realtà non è affatto un enigma: la spada verrà a noi, spontaneamente, quando sarà il momento.
 
E così ci spostiamo a ovest. Scendiamo una scogliera per scoprire l’oggetto dei sogni di ogni avventuriero come noi: uno scrigno del tesoro (peccato sia chiuso a chiave). E, mentre ci armeggiamo:
 
Sull’orlo della scogliera, sopra di te, appare un uomo. Ti guarda dall’alto e parla. “Salve, tu costaggiù! Si direbbe che hai un problema. Forse posso aiutarti...” Ride sotto i baffi, in modo un po’ inquietante. “Forse, se leghi codesto scrigno all’estremità della fune, potrei issarlo per te. Poi sarò più che lieto di aiutarti a risalire!” Ride di nuovo.
 
Il nostro istinto ci dice di non fidarci di questo tizio. Zork I e Zork II ci hanno insegnato che praticamente tutti coloro che incontriamo nel Grande Impero Sotterraneo ci sono ostili. Di sicuro questo tipo vuole solo scappare col nostro tesoro. E qual è il succo di un gioco d’avventura se non quello di raccogliere tesori? E ovviamente, se ci proviamo e facciamo come ci chiede, scopriamo che tutti i nostri sospetti erano corretti!
 
L’uomo inizia a issare la corda e in pochi momenti raggiungi la cima della scogliera. L’uomo rimuove gli ultimi oggetti di valore dallo scrigno e si accinge ad andarsene. “Sei stata una persona cortese! Ecco, prendi questo, buon pro ti faccia! A me non dovrebbe servire!” Ti passa un bastone di legno liscio, prelavato dal fondo dello scrigno, e inizia a esaminare i suoi oggetti preziosi.
 
La verità (ed è qui che avviene il sovvertimento del genere) è che il tesoro non conta. Tutto quel che ci serve è il bastone.
 
A questo punto abbiamo certamente già notato qualcosa di molto strano di Zork III: il suo sistema di punti sembra fuori fase. Ci sono solo 7 punti da collezionare e non più le centinaia a cui eravamo abituati fin dai tempi delle prime avventure testuali. In più, questi punti vengono assegnati per azioni del tutto anonime, come essere entrati in una certa stanza completamente accessibile, mentre i principali passaggi del gioco passano del tutto inosservati. È possibile avere anche 6 o 7 punti ed essere ancora in alto mare, nemmeno lontanamente vicini alla conclusione del gioco. Ancora una volta ci sembra che Zork III stia giocando con delle regole nuove, che non comprendiamo fino in fondo.
 
Eppure Zork III è un’avventura ben ideata, e non solo un’avventura che sovverte un genere; la prima delle avventure della Infocom priva di scelte di design terribilmente pessime. Questo ci viene ampiamente dimostrato sull’Oceano dei Testapiatta. Se restiamo nei paraggi per un numero casuale di turni, appare un’imbarcazione. A quel punto abbiamo solo un turno per esclamare “Salve, marinaio”, per ricevere così una pozione di invisibilità. Quello di “Hello, sailor” è una battuta che ci ha accompagnati per tutti e due i primi Zork; per questo appare qui, dove finalmente serve a qualcosa. Per i veri veterani, qui c’è addirittura della meta-meta-ironia in gioco: alla fine dell’originale Zork per PDP-10 c’era un quiz su Zork stesso. Una delle possibili domande era: “In quale stanza è utile ‘Hello, sailor’?” In quel gioco la risposta giusta era: “In nessuna”.
 
Meta-ironia a parte, questa faccenda sull’Oceano dei Testapiatta è un enigma sconvolgentemente orrendo. Per prima cosa dobbiamo magicamente predire che ciò che dobbiamo fare è aspettare in una location che all’apparenza è del tutto priva di interesse (il che è vagamente reminiscente della forcina di Caterina la Grande in Time Zone) [un altro gioco di cui il The Digital Antiquarian a questo punto aveva già trattato e che noi abbiamo momentaneamente saltato per lasciare spazio a questo speciale su Zork; ndAncient]; e poi dobbiamo digitare esattamente quell’unica frase giusta! Nessuna di queste due cose avrebbe, ovviamente, fermato la On-line (e forse neppure le precedenti incarnazioni della Infocom) dal ficcarcelo comunque e tirare dritto. È, del resto, esattamente il tipo di enigma che i primissimi programmatori di avventure adoravano: facile da programmare e in grado di estendere tantissimo il tempo di gioco in virtù della sua assoluta ottusità. Quello che accade qui, però, è che tale enigma non è necessario. La pozione è utile solo come soluzione alternativa a un enigma nella parte finale del gioco. Così l’enigma diventa in realtà un Easter egg per i giocatori più hardcore, che adorano esplorare ogni anfratto di ogni segreto. Non riesco a immaginare nessun esempio migliore della sensibilità, in rapida evoluzione, dei game designer della Infocom, della decisione di non rendere necessaria, per finire il gioco, la risoluzione di questo pessimo enigma.
 
Ma ci sono anche altri esempi positivi, invece che negativi, di tale sensibilità. Ad ovest del lago troviamo quello che probabilmente è il mio enigma preferito del gioco; un enigma che è tutto quello che non è l’arbitrario enigma della spiaggia. Un portale magico può trasportarci momentaneamente non solo in un’altra stanza all’interno di questo gioco, ma anche in alcune location di Zork I e Zork II. Qui si tratta di pianificare la fase successiva delle nostre esplorazioni, utilizzando il portale per lasciare una fonte di luce in una location critica. Questo è iniquo, almeno secondo certi criteri, perché quello che dobbiamo fare qui lo possiamo apprendere solo morendo un po’ più avanti nel gioco. Ma, al tempo stesso, è anche un enigma complesso, che ha le sue radici proprio nel genere di storyworld, credibile e intricato, che all’epoca solo la Infocom sapeva creare. Enigmi come questo ci paiono incredibilmente moderni, tanto più se paragonati a quelli ideati dagli autori contemporanei della Infocom.
 
È interessante notare che questo portale ci può anche trasportare in un quarto gioco di Zork, un’anteprima/pubblicità per un’opera che evidentemente Blank stava già covando nella sua mente. Zork IV come sappiamo non è mai apparso (almeno non con quel titolo). Quindi per me è stata una sorpresa realizzare che Zork su PC non è mai stato concepito dalla Infocom come una trilogia, cosa che sembra un po’ in contrasto con l’aria di triste fatalità che si fa sempre più forte mano a mano che ci addentriamo in Zork III. Ma in questa fase la Infocom considerava ancora Zork, la propria serie ammiraglia nonché gallina dalle uova d’oro, una serie che avrebbe potuto andare avanti in modo indefinito. Di certo qualche giocatore si sarà chiesto in che direzione stava però evolvendo la serie, visto che la scena di Zork IV a cui assistiamo è una delle più violente e inquietanti di tutto il canone della Infocom.
 
Altare Sacrificale
Questo è l’interno di un gigantesco tempio di fattura primitiva. Alcune torce tremolanti illuminano in modo vacuo l’altare, ancora zuppo del sangue di sacrifici umani. Dietro l’altare c’è l’enorme statua di un demone che sembra allungarsi verso di te con zanne bavose e artigli affilati come rasoi. Un debole rumore si avverte dietro di te e ti volti, per scoprire centinaia di ricurve figure pelose. Dalle loro gole emerge un cantico gutturale. Il cantico cresce di intensità, mano a mano che una figura ammantata si avvicina all’altare. La grande sagoma ti vede e ti si avvicina minacciosa. Dal mantello estrae un grande coltello luminoso. Ti spinge sull’altare e, con un mormorio di approvazione da parte delle folla, ti squarta l’addome.
 
**** Sei morto ****
 
Questa scena finirà, inalterata nella violenza, nel successivo gioco di Blank, dove cozzerà con il resto del gioco in modo ancor più drammatico di quanto non facesse qui. Tuttavia quel gioco, che effettivamente era iniziato come Zork IV, sarebbe poi stato saggiamente intitolato Enchanter, un’entità autonoma nonché primo capitolo di una nuova trilogia fantasy.
 
Zork III non è nemmeno lontanamente dinamico come Deadline. Nel rispetto della tradizione di così tanti giochi d’avventura, anche moderni, il suo mondo è in gran parte vuoto e statico. C’è però un’eccezione: in un momento casuale, all’incirca fra i 100 e i 150 turni, un terremoto fa franare l’Alto Arco sopra l’Acquedotto. Menziono adesso questa cosa, perché la nostra possibilità di scappare dall’area a sud del lago dipende dal fatto che questo arco sia ancora intatto (oltre che dall’aver opportunamente collocato la fonte di luce di cui ho parlato prima). In ogni caso, per quanto sia relativamente statico, Zork III richiede non meno programmazione e non meno tentativi falliti di Deadline. Ma, prima di venir accusato di un eccesso di lodi, lasciatemi segnalare che la zona dell’acquedotto contiene uno dei pochi inciampi di questo gioco altrimenti scritto tanto elegantemente, quando Blank ci dice come dobbiamo sentirci invece che lasciare che sia lo scenario a parlare per sé: “Avverti un senso di perdita e di tristezza mentre rifletti su questa struttura un tempo fiera, e sul fallimento dell’Impero che creo questa e altre meraviglie architettoniche.”
 
A questo punto non ci resta da esplorare che un’ultima area a ovest dell’Incrocio: la Terra dell’Ombra. Proprio come il marinaio dell’Oceano dei Testapiatta ha tutta l’aria di un enigma su cui Blank ha cambiato idea (per trasformarlo in una sorta di Easter egg e in una soluzione alternativa a un altro enigma), la Terra dell’Ombra nasce probabilmente come labirinto. Al suo interno troviamo una strana figura, apparentemente ostile. La spada, che avevamo visto conficcata nella pietra, di colpo ci appare in mano e, per l’ultima volta nel canone della Infocom, dobbiamo affrontare il combattimento casuale che Dave Lebling aveva sviluppato all’epoca per la versione PDP-10 di Zork. Tuttavia la parola d’ordine resta quella di sovvertire il genere e quindi in realtà non è possibile morire per davvero. Né noi vogliamo davvero uccidere. Giocare la situazione nel modo giusto produce una scena snervante, che ci ricorda (fra le varie cose) il momento climatico della serie TV de Il Prigioniero.
 
>prendi cappuccio
Lentamente rimuovi il cappuccio dal volto del tuo avversario gravemente ferito e ti ritrai con orrore alla vista della tua stessa faccia, stanca e ferita. Un debole sorriso appare sulle sue labbra e poi il volto inizia a cambiare, molto lentamente, in quello di un vecchio uomo rugoso. L’immagine svanisce e con essa il corpo del tuo avversario incappucciato. Per terra rimane il suo mantello.
 
Quel che sta succedendo qui sarà più chiaro (almeno in parte) in seguito. Ma per oggi ci fermiamo su questa nota nefasta. La prossima volta affronteremo l’area a est dell’Incrocio e la parte finale del gioco.

The Digital Antiquarian è un blog, scritto da Jimmy Maher, che si occupa di storia e di cultura del videogioco partendo dall'analisi di singoli videogiochi. OldGamesItalia è lieta di presentarvi la traduzione italiana, autorizzata dall'autore!
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Traduzione a cura di: The Ancient One
Editing a cura di: Festuceto


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Lo Zork Users Group
The Digital Antiquarian (la traduzione ufficiale italiana)

Bentrovati amici dell'Avventura! Dopo una lunga attesa, torniamo nei meandri cavernosi di Infocom e di Zork per leggere la storia della nascita dei leggendari InvisiClues, ad opera di quell'irriducibile manipolo di nerd dello Zorks Users Group, guidati dal solito Mike Dornbrook. 
In un'epoca in cui le avventure testuali erano crudelmente sleali, al limite della violazione dei diritti umani (e i primi due Zork non rappresentavano certo un'eccezione), gli avventurieri avrebbero pagato montagne di zorkmid sonanti per poter sbirciare in rete le soluzioni agli enigmi più ostici, e sfuggire così all'insonnia. Peccato che il World Wide Web non esistesse ancora nel 1982! Fu così che i geniali (e costosi) InvisiClues divennero l'ultima speranza per gli insonni giocatori di Zork... e un affare notevole per lo Zork Users Group e la rampante Infocom.
 
 Non vi servirà alcun evidenziatore speciale per godere della lista degli articoli del ciclo Infocom:
 
Lo Zork User Group
Zork III, Parte 1
Zork III, Parte 2
 
Buona lettura e ... occhio agli indizi invisibili!
 
Festuceto
 

 
In un post precedente ho scritto di come lo Zork Users Group fosse stato fondato dopo che Mike Dornbrook aveva lasciato Boston (la patria della Infocom) per seguire un master in “businnes administration” alla University of Chicago, portando con sé quello che in buona sostanza era il reparto di public relation della società. Lo Zork Users Group non era un caso isolato: più o meno in quel periodo stava sbocciando un intero mercato secondario, dedito a prestare aiuto e assistenza ai giocatori dei giochi delle altre società, autentico segno di salute del crescente mercato del software di intrattenimento, pur nel mezzo di una brutta recessione. Lo Zork Users Group era però unico, in virtù della relazione così profonda che aveva con la Infocom. Molti altri publisher vedevano gli attori di questo nascente mercato secondario come poco più che dei parassiti, probabilmente per semplici considerazioni economiche: chi mai vorrebbe vedere altri vendere degli indizi che potrebbe vendere da solo? Altri publisher sembravano invece più inclini a controllare e/o arginare il fenomeno. Per fortuna lo Zork Users Group non doveva avere a che fare con questi publisher.
 
A dire il vero, però, affermare che lo Zork Users Group avesse una relazione privilegiata con la Infocom è poco. Ogni gioco della Infocom usciva con una cartolina che l’acquirente poteva spedire per unirsi allo Zork Users Group. E poi lo Zork Users Group non solo vendeva il proprio  merchandising, ma divenne anche un rivenditore ufficiale degli stessi giochi della Infocom, che commercializzava attraverso i propri cataloghi, insieme a tutta l’altra merce. Ma, per essere sicuri di non tralasciare niente, affrontiamo la storia dello Zork Users Group dagli inizi.
 
Il progetto iniziale di Dornbrook per lo Zork Users Group era di continuare come aveva sempre fatto: spedendo mappe e suggerimenti dal suo nuovo appartamento di Chicago. Tuttavia, senza il suo compagno della prima ora Steve Meretzky e con tutta la pressione del master che stava affrontando, questa si prospettava un’impresa ardua. Però, a cavallo fra il suo trasloco da Boston e l’inizio degli studi a Chicago, Dornbrook trascorse una settimana con la sua famiglia a Milwaukee. Suo padre era appena andato in pensione e, capendo il problema del figlio, gli fece una proposta: si sarebbe occupato lui della gestione degli ordini dallo scantinato della casa di famiglia, lasciando a Mike da Chicago il compito di rispondere alle richieste di aiuti e di concentrarsi su nuovi prodotti. Mike accettò di buon grado e così lo Zork Users Group divenne ufficialmente un’attività con sede a Milwaukee. Anche la mamma di Mike venne coinvolta, in qualità di curatrice della mailing list, che all’epoca consisteva in circa 1.000 nominativi e altrettanti indirizzi cartacei; come era del resto tipico di quei tempi, niente dello Zork Users Group passava per un computer.
 
Una volta stabilitosi a Chicago, Dornbrook incaricò Meretzky di disegnare una mappa di Zork II per venderla accanto a quella di Zork I, e ancora una volta commissionò le illustrazioni al suo amico Dave Ardito. All’inizio del 1982, Meretzky aveva accettato un lavoro ufficiale alla Infocom, in qualità di primo beta tester a tempo pieno. Era perfetto per portare avanti anche l’altro suo lavoretto di cartografo ufficiale dello Zork Users Group: avrebbe saputo tutto della geografia dei giochi prima ancora che venissero pubblicati. Per la mappa di Deadline [di cui, a questo punto del blog, il The Digital Antiquarian ha già trattato in dettaglio, ma che nella nostra traduzione italiana abbiamo momentaneamente saltato, per dare spazio a questo speciale dedicato alla saga di Zork; ndAncient], Meretzky fece ricorso ai suoi studi di edilizia, abbandonando la classica matrice di linee e rettangoli, per mostrare la magione dei Robner attraverso delle planimetrie di stampo architettonico.
 
 
Con la base clienti della Infocom in espansione, affamata, e fedele, lo Zork Users Group iniziò a produrre anche oggettistica di basso livello. Alla fine del 1982, vendevano non solo giochi, mappe e indizi, ma anche poster, T-shirt, adesivi da paraurti, e bottoni. Oltre a spedire i moduli d’acquisto per il proprio merchandising, avviarono una newsletter grossomodo semestrale per aggiornare i fan sugli ultimi avvenimenti del mondo dello Zork Users Group e della Infocom: The New Zork Times. In un post precedente osservavo che gran parte di quello che la gente si ricorda della Infocom era in realtà il frutto del lavoro della sua agenzia pubblicitaria (la G/R Copy). In modo del tutto simile, un’altra gran parte della loro immagine pubblica era stata forgiata non da loro stessi, ma da Dornbrook e dai suoi amici, attraverso l’egida dello Zork Users Group
 
E se lo Zork Users Group stava ampliando i propri orizzonti, gli indizi restavano una spina nel fianco di Dornbrook. E così, mentre gli iscritti allo Zork Users Group aumentavano vistosamente, lui aveva sempre più difficoltà a creare risposte personalizzate nel tempo rimanente dai suoi studi e dalle sue altre attività legate allo Zork Users Group. In più, il compito gli sembrava sempre più monotono, visto che la maggior parte delle domande erano sempre incentrate intorno alla solita manciata di passaggi più ostici. La soluzione più ovvia era quella di preparare un libretto degli indizi standard da vendere, ma l’idea non gli andava a genio, perché temeva che i giocatori si sarebbero, con ogni probabilità, rovinati ampi segmenti del gioco sbirciando la soluzione di appena uno o due enigmi. Un’altra sua preoccupazione, meno idealistica, era che qualcuno si sarebbe sicuramente fotocopiato i libretti degli indizi (o li avrebbe addirittura trascritti in formato digitale), facendoli circolare gratuitamente non appena avesse iniziato a venderli. Ma ormai era anche chiaro che occuparsi manualmente di tutte le richieste di aiuto ben presto sarebbe risultato non solo poco pratico, ma perfino impossibile. Infatti, di tutte, una cosa sola era certa: la Infocom e lo Zork Users Group stavano decollando! E così Dornbrook si mise alla ricerca di alternative a una semplice lista stampata di soluzioni.
 
Valutò di usare dei fogli da grattare come nei biglietti della lotteria [un po’ come i nostri “gratta e vinci”; ndAncient], delle pagine stampate in offset che si sarebbero potute leggere solo con degli occhiali 3D, una piccola finestra scorrevole lungo la pagina, che permetteva di vedere solo una riga o due alla volta. Ma niente di tutto questo si rivelava abbastanza pratico da usare. E così (tratto dagli extra del DVD di Get Lamp):
 
Ero a una festa nella mia città natale con alcuni amici del liceo. Uno di loro aveva frequentato farmacia alla University of Wisconsin. Gli stavo descrivendo i miei tentativi di creare questi libretti, nel tentativo di trovare una soluzione al problema, quando lui mi disse: “perché non usi l’inchiostro simpatico?”
 
Uno dei docenti dell’amico aveva usato l’inchiostro simpatico per delle prove: gli studenti che non conoscevano una risposta, potevano sviluppare l’indizio “invisibile” passando uno speciale evidenziatore sopra la parte appropriata del testo, al costo di una riduzione del voto finale. Dornbrook, che nel corso degli anni aveva lavorato sporadicamente in copisteria, non ne aveva mai sentito parlare. Dopo aver chiamato in tutti i posti che gli venivano in mente per chiedere di quella tecnologia (il tutto solo per farsi considerare un “pazzo” dai suoi interlocutori), alla fine chiamò direttamente l’ufficio del professore. Un assistente recuperò il nome della società da cui si era rifornito il professore: A.B. Dick. Questi, a loro volta, lo misero in contatto con una copisteria che possedeva la tecnologia per realizzare il progetto e così nacquero le InvisiClues. Le prime, scritte da Dornbrook per Zork I e illustrate dal solito Ardito, arrivarono nella primavera del 1982.
 
 
Ogni librettino di InvisiClues conteneva molte domande sul gioco di cui si occupava. L’utente trovava quella che gli interessava e sviluppava la soluzione passando lo speciale evidenziatore sopra la risposta “invisibile”. Ogni risposta veniva presentata come una serie di passaggi graduali, da sviluppare uno alla volta, da un piccolo indizio iniziale fino alla soluzione completa dell’enigma. Ogni librettino includeva un buon numero di domande farlocche per scoraggiare ulteriormente i lettori dallo sviluppare e divorare troppe risposte a caso, oltre che per occultare quello che davvero c’era o non c’era nel gioco (impedendo così al giocatore di rovinarsi il gioco anche solo leggendo le domande). Se sviluppate, le risposte alle domande farlocche rimproveravano adeguatamente (e sarcasticamente) il giocatore.
 
Le InvisiClues erano un’idea oltremodo geniale, seppur con un paio di svantaggi. Erano costose da realizzare e quindi costose da acquistare; se la Adventure International vendeva un “Book of Hints” per tutte e dodici le avventure di Scott Adams al prezzo di 8 dollari, un librettino di InvisiClues per un singolo gioco della Infocom poteva costare molto di più. E poi gli indizi sviluppati iniziavano a sbiadire dopo sei mesi. Eppure, al di là di questi svantaggi, le InvisiClues ebbero un grande successo. Del resto erano molto più divertenti dei messaggi cifrati e delle tabelle incrociate che le altre società utilizzavano per mascherare i propri indizi.
 
Le fortune della Infocom e dello Zork Users Group si impennavano mano nella mano. La Infocom vendette 100.000 giochi nel 1982, partendo dai 12.000 dell’anno precedente. Gli iscritti allo Zork Users Group passarono da 1.000 di inizio anno, fino a 4.000 a metà dello stesso, per superare i 10.000 alla fine. A metà dell’anno successivo furono toccati i 20.000 membri. A quel punto le operazioni della società erano già state informatizzate (tramite un IBM PC con un esotico -per il tempo- hard disk da 10 MB) ed erano stati assunti tre dipendenti part-time al fianco di Mike e dei suoi genitori. La cosa buffa è che, a parte Mike, nessuno di loro aveva mai giocato a un gioco della Infocom, né avevano il benché minimo interesse a farlo.
 
Ci sarebbe molto altro da dire sul 1982 della Infocom, ma nel prossimo post ci sposteremo all’altro capo del mondo, per studiare una cultura informatica completamente diversa [noi della versione italiana del The Digital Antiquarian ci occuperemo invece del "playthrough" di Zork III; ndAncient].

The Digital Antiquarian è un blog, scritto da Jimmy Maher, che si occupa di storia e di cultura del videogioco partendo dall'analisi di singoli videogiochi. OldGamesItalia è lieta di presentarvi la traduzione italiana, autorizzata dall'autore!
Se anche voi apprezzerete questo interessantissimo blog, non mancate di visitare la pagina ufficiale (in lingua inglese) e di sostenerlo tramite Patreon.
Traduzione a cura di: The Ancient One
Editing a cura di: Festuceto


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The Meteor, The Stone And A Long Glass Of Sherbet

 
L'avventuriero, dopo aver raccolto tutti i tesori nei paraggi, 
li cinge con le braccia e svanisce insieme a loro,
come l'alba svanisce nel passato
(al quale -probabilmente- sia l'uno che gli altri appartengono).
 
Era il 1996, quando The Meteor, The Stone And A Long Glass Of Sherbet si è classificato al primo posto nella seconda edizione dell'IFComp. È un gioco storicamente molto importante, perché il suo autore Graham Nelson (sotto lo pseudonimo di Angela M. Horns) solo qualche mese prima aveva completato lo sviluppo di Inform 6, segnando così l'inizio di una nuova era delle avventure testuali.   
 
Chi lo ha giocato sicuramente se lo ricorderà per la netta divisioni in due parti: un prologo abbastanza moderno (in cui sorseggiamo questo lungo bicchiere di Sherbet) e un corpo centrale dell'avventura (estremamente classico e reminescente di Zork, in cui ci occupiamo della pietra e del meteorite).
Le due parti cozzano vistosamente fra loro; di per sè sono buone entrambe, ma sono... molto diverse. 
 
La prima parte ha dei tratti da "AT moderna" molto interessanti: è sostanzialmente one room, molto lineare, c'è un PNG con cui è possibile interagire, tanti dettagli, e da essa emerge almeno in parte una vera e propria personalità per il nostro protagonista. 
La seconda parte invece è un classico "dungeon crawl" che ricalca i fasti di Zork e che ci cala all'interno di un grande ambiente da esplorare, completamente saturo di enigmi. 
 
The Meteor, The Stone And A Long Glass Of Sherbet è ambientato nell'universo di Zork. Noi siamo un ambasciatore in visita e, annoiatissimi, vogliamo scappare dal tour turistico a cavallo di elefante che ci è stato imposto dalle autorità del paese ospitante. La verità però è che abbiamo una missione segreta (anche se ci vorranno un bel po' di ore di gioco prima di saperne qualcosa di più...).
Il gioco è piacevolmente infarcito di citazioni di Zork (ad es. la lanterna, la vetrinetta dei trofei, o il tappeto sotto cui ci si aspetterebbe la botola per il Grande Impero Sotterraneo) e di Zork 2 (ad es. il giardino con l'unicorno).
 
Anche la seconda parte ha un briciolo di storia ad accompagnarla, raccontata in modo molto sporadico e non troppo efficace, ma che serve comunque a dare un senso al nostro incessante "risolvere enigmi".
L'epilogo delle vicende invece è narrativamente coerente, ma troppo breve per essere una degna conclusione di tante faticose ore di dungeon crawl.
La componente narrativa nel complesso oggi ci appare decisamente povera, ma è comunque più di quanto ci fosse in molti titoli Infocom e in altri titoli delle prime due edizioni dell'IFComp (ad es. già in A Change in the Weather o in The Mind Electric tutto questo non c’era e si giocava senza sapere dove la storia sarebbe andata a parare)
 
 
Rispetto a Zork, qui l'ambientazione è un po' più coerente (non troverete quindi piramidi perdute accanto ai resti di Atlantide...), ma nella sostanza resta comunque una grossa raccolta di enigmi. E, proprio come in Zork, sono enigmi di qualità molto elevata. Tuttavia la struttura logica di tali puzzle resta profondamente di vecchio stampo: la soluzione agli enigmi va intuita, perché il gioco non ci darà nessuna spiegazione per guidarci. La soluzione di ogni puzzle sta nelle cose e ciò che il gioco non ci dice vale almeno quanto ciò che invece ci viene detto.
Anche la struttura del gameplay è quella classica di sempre, suddivisa su "strati successivi": prima bisogna esplorare e mappare, quindi risolvere i primi enigmi, per poi passare ai successivi ben più difficili (e spesso risolvibili solo con ciò che si è ottenuto in premio dai primi).
The Meteor, The Stone And A Long Glass Of Sherbet è un gioco molto difficile per gli standard attuali, e probabilmente per molti risulterà del tutto irrisolvibile senza ricorrere al sistema di hint interno (che però, essendo organizzato ad aree, è più spoileroso del necessario).
 
L'implementazione è sempre di ottimo livello e ci sono molti elementi che semplificano la vita al giocatore. Ad esempio esaminando gli oggetti spesso il parser ci suggerisce i verbi giusti da usare. Certo in un paio di casi il parser è ancora un po’ ostile (es. "push egg north"), ma la strada imboccata è già quella moderna.
Quasi sempre sono indicate le uscite e la geografia delle stanze è molto buona, con un’area centrale (il “cedro capovolto”, diviso su varie location) davvero memorabile, degno della casa di Zork 1 o del "carosello" di Zork 2.
Come nella serie di Enchanter, anche qui ci sono gli incantesimi, e sono un'aggiunta simpatica e apprezzabile, che non deve spaventare il giocatore. Fra tutti gli incantesimi, ne segnalo uno che mostra il passato e che quindi ci invita a esplorare tutto da capo, per scoprire nuovi retroscena sulla trama: una bella idea.
 
Ideale per i fan di Zork in cerca di un clone moderno, questo The Meteor, The Stone And A Long Glass Of Sherbet non è ancora la rivoluzione del genere che sarebbe arrivata negli anni successivi, ma getta già le basi di quello che sarebbero state le avventure testuali del futuro.
 

Castle of the Red Prince

In una landa cupa chiamata Amaranth, un piccolo villaggio vive oppresso all'ombra del castello di un oscuro signore, il Principe Rosso.
Un paesaggio macabro ma maestoso, che mischia fantasy e horror, magia arcana e creature di un altro-dove.
Tale è la landa sperduta che il nostro eroe, studioso di magia, è chiamato a salvare forte della sua intelligenza e delle premonizioni che i sogni gli portano nella notte.

Castle of the Red Prince (di C.E.J. Pacian) è probabilmente la prima AT a fare uso di descrizioni telescopiche, che sono poi anche il principale motivo di interesse per questo titolo.
Questo significa che il nostro protagonista non si sposta per il mondo di gioco tramite "stanze" collegate fra loro lungo le direzioni cardinali (come avviene normalmente nelle altre AT). I suoi spostamenti sono invece "concettuali": niente stanze intermedie di passaggio e niente punti cardinali. Basterà osserva un luogo o un dettaglio di un luogo, e questo sarà subito alla nostra portata davanti ai nostri occhi, pronto a condurci a sua volta in altri luoghi.

A tratti si ha la sensazione che il titolo provi a giustificare questa scelta di world modelling con i poteri magici del protagonista, ma la cosa non è mai esplicitata con chiarezza. Tuttavia non è così importante (anche se sarebbe stato simpatico, se lo avesse fatto): quel che conta è che le descrizioni telescopiche incidono in modo drastico (e positivo!) sull'esperienza di gioco. Ne risulta migliorato il ritmo e la fruibilità complessiva dell'avventura: niente mappe, niente spostamenti ripetitivi, niente bakctracking (come è particolarmente palese nell'ultimo enigma del gioco).
Giocando a questo Castle of the Red Prince viene subito da chiedersi come sarebbe uno Zork realizzato con questa tecnica. Passare dalla diga all'arcobaleno con un comando. Sì, sarebbe un esperimento interessante e... moderno.

Altri giochi dopo Castle of the Red Prince ne hanno ripreso la tecnica delle descrizioni telescopiche, portandola in altre direzioni, però qui la vediamo implementata su un gameplay classico. E la cosa funziona molto bene, perché semplifica l'approccio al gioco e la curva di apprendimento. Al tempo stesso incide anche sull'atmosfera: eliminando i riferimenti spaziali, cambia il nostro modo di visualizzare le scene e dona al ricordo del gioco un tocco piacevolmente onirico.

La trama è ridotta al minimo, con ben pochi eventi significativi; ma del resto non è questo lo scopo del gioco.
Gli enigmi sono classici, ma ben ideati. Abbastanza semplici e con simpatico sistema di hint che si attiva dormendo. Un'avventura che sicuramente va bene anche per i principianti. 
Pochissimi png e con scarsa interazione. Un mondo appena tratteggiato ma assolutamente convincente.

L'unico vero difetto del gioco è la staticità del nostro avversario, il Principe Rosso. Mi ha un po' ricordato il Lord Xeen di Might & Magic 4-5: lo possiamo incontrare praticamente da subito, ci interagiamo, lui addirittura ci aiuta dandoci accesso alla sua biblioteca, noi gli macchiniamo davanti e... lui non fa nulla per fermarci quando potrebbe!
Anti-climatico è dir poco.

Tuttavia il valore del gioco sta appunto nella sua carica innovativa. E quella c'è tutta.

Le Descrizioni Telescopiche - Un percorso di gioco di avventure testuali

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Le Descrizioni Telescopiche
Un percorso di gioco di avventure testuali

Fra le tante tecniche narrative sviluppate in questi anni dalla comunità dell'interactive fiction, oggi vogliamo parlare delle "descrizioni telescopiche" e del superamento della "geografia euclidea" nelle avventure testuali.
Cosa sono? Le descrizioni telescopiche sono un vero e proprio "modello di mondo": un modo alternativo per rappresentare l'universo di gioco entro cui si svolge l'azione del giocatore.

Da Hunt the Wumpus in poi (come ci insegna The Digital Antiquarian), il mondo di gioco è stato costruito tramite "spazi topologici" nei quali "il giocatore si può muovere liberamente".
Da questa costruzione del mondo nascono elementi di gameplay ormai consolidati: la mappatura, il backtracking, i labirinti, la necessità di organizzare in modo meticoloso ogni spostamento, ecc. ecc..
A questi elementi si affiancano spesso le loro derive più autolesionistiche: l'inventario limitato, i vicoli ciechi, il ladro che rende impossibile mappare il labirinto, gli "hunger demons" e ogni altra sorta di timer, ecc. ecc. 
Sono stati questi -fino agli anni '90- i pilasti portanti delle avventure testuali "in stile Infocom", ma anche di tanti gdr e di tante avventure grafiche (il limite ai viaggi in aereo in Zak McKraken è l'esempio concreto di come anche le avventure grafiche nascano con questo "peccato originale").
È sempre il The Digital Antiquarian ad osservare correttamente che Colossal Cave (la prima vera AT della storia) è innanzitutto un gioco di esplorazione geografica, una sorta di simulatore di speleologia. E tutto questo viene amplificato a dismisura in Zork, dove aumenta la complessità della mappa, ma aumentano anche i limiti dell'inventario, si riduce la durata della lanterna, e tutto è costruito intorno ad una costante necessità di ottimizzazione delle mosse.

Se però immaginiamo di spostare la nostra attenzione dall'esplorazione geografica degli ambienti alla narrazione, ci rendiamo conto che altre soluzioni sono possibili per raffigurare il mondo di gioco. Sono cioè possibili altri modelli di mondo, alternativi agli "spazi topologici" a cui la tradizione ci ha abituato.



Il punto di svolta viene generalmente indicato nel celebre Photopia di Adam Cadre. Photopia non rinuncia alle location, ma ne fa un uso tutto nuovo. Le location non sono più luoghi avversi da esplorare entro un tot di mosse, ma diventano l'amichevole teatro dell'azione. in Photopia perfino il labirinto è in realtà un non-labirinto, superabile solo "con il gioco di ruolo" e non con la mappatura.
Ma tante altre soluzioni sono immaginabili (e sono state immaginate!) per superare i limiti angusti della geografia: fra questi i one-room (es. Shade, dove il piccolo ambiente di gioco si trasforma sotto gli occhi del lettore), i one-move (tipo Aisle o Rematch, dove spazio e tempo sono condensati in un'unica mossa), e -appunto- i giochi "telescopici".

Nei giochi con descrizioni telescopiche, il tempo e lo spazio si piegano alla trama e alla discrezionalità del giocatore; diventano strumenti di narrazione.
Si parte da una descrizione, che contiene al suo interno alcuni elementi significativi. Osservando uno di questi elementi, il focus della narrazione vi si sposta, magari rivelando al suo interno nuovi elementi significativi, aprendo quindi altri spazi su cui puntare il nostro obbiettivo. Una sorta di esplorazione "a cascata", con l'occhio della cinepresa che si sposta da un elemento all'altro, facendoci viaggiare con sé.
Il tutto funziona in modo non dissimile dai tagli cinematografici, che concentrano l'azione nelle parti salienti della storia. È come ricorrere a inquadrature ravvicinate per mettere in evidenza solo ciò che nella scena c'è da vedere di veramente interessante.
Con una differenza significativa: nell'interactive fiction il registra di questi tagli è il giocatore, che li adopera liberamente.

Le descrizioni telescopiche sono esattamente questo: l'abbattimento dello spazio geografico nelle AT, in favore di uno spazio e di un tempo narrativi, il cui controllo è affidato al giocatore. Siamo noi a scegliere cosa "inquadrare" di volta in volta. Non è il nostro personaggio che si sposta attraverso gli ambienti, ma è la storia che ci fa vedere solo ciò che decidiamo di vedere: tagliando lo spazio, tagliando il tempo, tagliando gli spostamenti: immergendosi in un mondo di pura narrazione.
È un taglio netto con il passato e con la geografica (euclidea o non euclidea) dei capostipiti del genere. Uno strumento che promette grandi sviluppi, e che può essere applicato anche a generi diversi.

Ma le potenzialità inesplorate restano ancora tante.

Le descrizioni telescopiche non vanno confuse con il "testo telescopico", cioè quel testo che si espande o si contrae sotto i nostri click, creando per questa strada significati ulteriori rispetto al mero significato letterale. Questa è una tecnica ormai tipica di tanti titoli scritti in Twine e un esempio estremo ne può essere Sisters of Claro Largo.
Le descrizioni telescopiche sono altra cosa anche dagli "enigmi telescopici", dove "un problema tutto sommato semplice in realtà mostra la sua complessità di mossa in mossa, dato che gli elementi che portano al fallimento della soluzione iniziale vengono rivelati a mano a mano che essi vengono risolti" (cit. Ragfox, che adduce l'enigma del babel fish in Guida Galattica per Autostoppisti, quale primo esempio di questo tipo di enigmi).
Le descrizioni telescopiche, se applicate ad un gameplay normale, in ultima analisi producono un effetto di spostamento automatico fra location distanti fra loro. Un qualcosa di simile a quanto ha fatto Emily Short in Bronze, dove il parser gestisce in automatico lo spostamento fra location distanti, generando anche la relativa descrizione. L'effetto pratico sarà anche simile, ma il risultato emotivo e il coinvolgimento del giocatore è ben diverso, proprio perché con le descrizioni telescopiche a cambiare è innanzitutto il rapporto fra il giocatore e il modello di mondo.

Vi proponiamo quindi un percorso di gioco e di lettura, alla scoperta delle descrizioni telescopiche.

Castle of the Red Prince
Sconfiggi il Principe Rosso che tormenta questa terra fantasy.
Castle of the Red Prince è stato forse il primo titolo a fare un uso intensivo di questo strumento. Le descrizioni telescopiche sono utilizzate nel contesto di un'avventura classica, eliminando quindi il backtracking e altri fastidi tipici del genere. Con hint.
Tempo di gioco: 30 minuti
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Lime Ergot
Esplora un mondo onirico e allucinato, al di là dei confini spaziali e temorali.
Lime Ergot è costruito intorno ad un singolo enigma. Le descrizioni telescopiche sono però usate per creare un ambiente onirico/allucinatorio, in cui il giocatore dovrà muoversi spostando il fulcro della scena. Unico enigma.

Tempo di gioco: 20 minuti
Leggi la recensione su IFItalia

Enigma - An Interactive Instant
Uno stato confusionale ti paralizza in un istante cruciale. Risolvi il mistero e prendi quell'unica decisione essenziali.
In Enigma - An Interactive Instant le descrizioni telescopiche vengono utilizzate per simulare la creazione di una scena. Dirigendo in modo telescopico i pensieri del protagonista, si costruisce la scena, rivelando la verità. Con hint.

Tempo di gioco: 30 minuti
Leggi la recensione su IFItalia

Toby's Nose
Aiuta il cane di Sherlock Holmes a risolvere un misterioso delitto, facendo affidamento solo sul suo fiuto eccezionale.
Toby's Nose è forse il punto di arrivo attuale della ricerca sulle descrizione telescopiche, che qui simulano il fiuto di un cane, che grazie al suo olfatto si sposta mentalmente per locazioni altrimenti irraggiungibili. Dei giochi citati è sicuramente il più affascinante, ma anche il più complesso.
Tempo di gioco: 2 ore
Leggi la recensione su IFItalia

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Zork II: The Wizard of Frobozz - MAPPE

Quella che segue è la mappa completa dell'avventura testuale Zork II: The Wizard of Frobozz.

Le mappe erano state pensate "per uso personale" e solo successivamente abbiamo deciso di pubblicarle. Per questo motivo potrebbero non essere accurate al 100%. Dovrebbe però essere più che sufficienti per permettervi di orientarvi all'interno del mondo di gioco. Ci sono certamente mappe migliori e più precise sul web, ma queste sono quelle originali e ufficiali di OldGamesItalia!

 

Discuti di Zork 2 sul forum di IfItalia!

Cronistoria dell'Avventura Testuale

Il genere videoludico dell’Avventura Testuale (spesso abbreviata in AT) si sviluppa nell’arco di quasi quattro decadi con una moltitudine di prodotti, pur molto diversi tra loro, commerciali e amatoriali, canonici e sperimentali, ma sempre caratterizzati da una preminenza dell’elemento testuale su quello grafico (tipicamente assente). Nelle avventure testuali il giocatore impartisce al protagonista i comandi testuali da tastiera, per compiere le azioni più disparate, spostarsi tra le location, esplorando il mondo di gioco, risolvendo enigmi, interagendo con personaggi ed oggetti e sviluppando la storia.
Un genere videoludico così antico e longevo, inevitabilmente vanta una storia articolata e complessa. Propongo, pertanto, di adottare una cronologia dell’avventura testuale, suddividendone la lunga storia in macro-periodi cronologicamente discreti, pur consapevole dei limiti e delle semplificazioni insiti in qualsiasi sistema di classificazione.

I PERIODO: GLI ALBORI (1974-1980)

Nella seconda metà degli anni ’70, negli Stati Uniti d’America, nasce l’avventura testuale, in seno ai mainframe universitari, ad opera di studenti e tecnici:  sono i primi vagiti del genere, esercizi di programmazione, ma anche prodotti di intrattenimento dalla distribuzione limitatissima. Oggi ne sopravvivono pochissimi esempi tra cui il ben noto “Adventure” (1976), poi ribattezzato “Colossal Cave Adventure” di William Crowther e Don Woods, vero paradigma per le successive avventure testuali.

Link e approfondimenti:
- “Wander”, le avventure prima di Adventure
- "Colossal Cave Adventure"

II PERIODO: LA "GOLDEN AGE" (1980-1987)
L’avventura testuale, con il successo di “Zork: The Great Underground Empire” (1980), erede di Adventure,  diviene un prodotto commerciale ad ampia distribuzione, convertito per numerose piattaforme casalinghe e alla portata di tutti. Nasce così la Infocom, celebre software house , in prima linea nel nascente mercato delle avventure testuali. Ricordiamo alcune delle più rappresentative avventure della Infocom, oltre a Zork ed i suoi seguiti:  “Enchanter” (1983), “Planetfall” (1983), “A Mind Forever Voyaging” (1985), “Wishbringer: The Magick Stone of Dreams” (1985), “Trinity” (1986), vere pietre miliari del genere, sempre corredate dagli immancabili “feelies”, gadget finalizzati ad aumentare l’immersività dell’esperienza di gioco.
In seguito, alla pioniera Infocom, si affiancheranno, sulla scena delle AT, altre case di produzione degne di nota, tra cui: la britannica Magnetic Scrolls e la Legend Entertainment.
In Italia si affacciano, sul panorama del genere delle avventure, professionisti del calibro di Enrico Colombini e Bonaventura di Bello e fioriscono le riviste dedicate alle avventure testuali, proponendo serie episodiche a cadenza mensile, principalmente per Commodore 64 e ZX Spectrum, gli home computer più in voga, all’epoca, nel Bel Paese.

Link e approfondimenti:
- Una panoramica di IFItalia sulla Golden Age delle avventure testuali
- Infocom, la regina delle avventure testuali
- Zork
- Il decano Enrico Colombini autore della prima avventura testuale italiana, “Avventura nel Castello” (1982)
- Il prolifico Bonaventura di Bello
- Le mitiche collane avventurose

III PERIODO: IL DECLINO (1987-1993)
Tra il 1987 ed il 1988 si afferma l’interfaccia SCUMM della Lucasfilm Games con l’enorme successo di “Maniac Mansion” (1987), aprendo un baratro tra l’avventura testuale classica e l’avventura grafica e decretando l’inizio di un lento declino per la prima. Anche la storica Sierra, casa di produzione di avventure, testuali prima e grafiche poi, rinuncia definitivamente all’interfaccia basata sul parser testuale, ereditata dalle classiche AT, e si adegua al nuovo paradigma lucasiano.
La leggendaria Infocom, l’ottima Magnetic Scrolls  e l’innovativa Legend Entertainment continuano a produrre AT di alto livello, ma il mercato è ormai profondamente, irrimediabilmente cambiato e le avventure testuali scivolano in una lenta ed inesorabile spirale discendente, nonostante l’implementazione di nuove feature, di elementi grafici ad alta risoluzione e di interfacce più accattivanti e “user-friendly”.
Nel 1993 la Legend rilascia due tra le ultime avventure testuali commerciali: “Gateway II” ed “Eric the Unready”.
In Italia chiudono, una dopo l’altra, le riviste dedicate alle avventure testuali, mentre a cavallo degli anni ’80 e ’90 irrompono nel mercato nostrano le rivoluzionarie avventure grafiche della Lucasfilm Games, tradotte finalmente nell’idioma italico, prime tra tutte “Zak McKracken and the Alien Mindbenders” e “Indiana Jones and The Last Crusade” nel 1989.

Link ed approfondimenti:

- “Maniac Mansion”, il capostipite delle classiche avventure grafiche
- La Saga di “Gateway” della Legend Entertainment.
- La demenziale avventura “Eric The Unready”.

IV PERIODO: LA RINASCITA (1993 – Attuale)
Eppure gli appassionati di avventure testuali non svaniscono nell’oblio e nel 1993 Graham Nelson inventa il linguaggio di programmazione “Inform”, col quale programma “Curses”, avventura testuale rilasciata gratuitamente. Nelson apre così la strada ad una moltitudine di programmatori amatoriali che lentamente riporteranno in vita (o manterranno in vita) il genere delle avventure testuali.
Il fenomeno, grazie alla globalizzazione della rete, si trasferisce più tardi anche in Italia dove, nella seconda metà del decennio, si arricchisce progressivamente il panorama delle avventure testuali, grazie alle opere di appassionati  irriducibili.
Nel nuovo millennio il digital delivery, la creazione di nuovi tool di programmazione, la nascita di piccole ma solide comunità di appassionati di AT,  conducono alla ripresa del genere, ormai non più commerciale, ma rigorosamente freeware, alla portata di tutti. Molti autori guardano al passato, seguendo, più o meno fedelmente, il classico paradigma consolidato da Zork, altri sperimentano nuove forme di narrativa interattiva. Sorprendentemente, non solo i nostalgici, ma moltissimi giovani si appassionano ancora alle avventure testuali, trovandosi a proprio agio con parser e schermate di puro testo, complice il supporto per piattaforme moderne (smartphone e tablet) di molti linguaggi di programmazione.
Un genere ritenuto morto, obsoleto e anacronistico, incredibilmente continua ad evolversi e a crescere, in rete, nei forum specializzati, sui blog, sui social network: il futuro delle avventure testuali ci riserverà ancora nuove sorprese.

Link ed approfondimenti:
- Inform, il linguaggio di programmazione più utilizzato dai moderni autori di avventure
- “Darkiss! Il Bacio del Vampiro”, di Marco Vallarino, tra le più giocate ed amate avventure testuali italiane del nuovo millennio.
- IF Italia, oggi confluita in OldGamesItalia, fervente community italiana di appassionati di avventure testuali.

Discutiamone insieme sul forum!

Hollywood Hijinx

[rec] Hollywood Hijinx

V.I.P.
Scorrendo con attenzione la Walk of Fame potreste scorgere, fra la stella di Humphrey Bogart e quella di George Cukor, l’astro splendente di Buddy Burbank.
Buddy Burbank? Chi era costui? Sostantivi e aggettivi si sprecano nel tentativo di delineare l’esuberante personalità di questa monumentale figura della Hollywood degli anni d’oro: imprenditore di successo, marito fedele, ospite eccezionale, genio straordinario, Buddy Burbank era l’indiscusso “gran Mogul” dei B-movie. Soprattutto, Buddy Burbank era tuo zio… Uno zio particolarmente ricco!

Il Caro Estinto
Hollywood Hijinx è la ventitreesima avventura testuale della Infocom.
Il testo si apre, dopo l’overture tracciata dai feelies, con la “coda” del funerale dell’adorata zia Hildegarde. Con la dipartita della consorte di Buddy, si chiude un’epoca a Hollywood; fortunatamente le lunghe estati trascorse in piacevole compagnia degli zii hanno portato il loro frutto: in quanto “nipote preferito” il giocatore è stato prescelto come erede universale della villa e degli studio(s) dei compianti coniugi Burbank.
In tarda serata, la limousine dell’avvocato traghetta il protagonista sulla strada prospiciente la sfarzosa dimora, ma un’eccentrica clausola nel testamento vincola il legato. Per dimostrare capacità manageriale e acutezza d’ingegno, il giocatore dovrà ritrovare nell’arco temporale di dodici ore (720 mosse) i dieci oggetti di scena che meglio rappresentano i successi dello zio e che sono stati sapientemente nascosti nel “terreno” di gioco.
Questa gustosa e spassosa caccia al tesoro rende Hollywood Hijinx una sorta di Zork dell’era contemporanea, pur senza essere caratterizzata da una similare difficoltà e astrusità dei puzzle.

Il mondo patinato
Le premesse all’avventura vengono gettate con dei feelies particolarmente ricchi comprendenti una palma da cocktail fortunata, la foto dello zio con poema contenente l’indizio chiave per procedere nel gioco, una lettera con le ultime volontà e una copia spillata del “Tinsel World”, celebre rivista di gossip. Il numero speciale commemorativo è dedicato in larga misura all’“ingombrante” figura di Buddy, dagli inizi di carriera, all’incontro fortunato con Hildegarde Montague (compagna di una vita), fino ad un necessariamente breve compendio dei successi filmici firmati Burbank (parliamo di oltre 600 titoli!).
È forse inutile citare, dacché ben noti ad ogni cinefilo, i classici del genere. Si parte con il vasto repertorio post-apocalittico comprendente “Fusione su Elm Street” e “I chihuahua atomici dall’inferno”; passando per la gustosa divagazione horror con “Massacro alla danza scalza” e il mai rilasciato “Una fila di cadaveri”; terminando (si fa per dire) con il genere avventura, meglio rappresentato da “Consegna Speciale”, forse la più eccitante vicenda di Buck Palace: il portalettere combattente. Pietre miliari di una vasta filmografia impreziosita dall’inconfondibile marchio trash.
E fra gli articoli, trasudanti ricordi, vere e proprie chicche in grado di donare una patina di autenticità al Tinsel World: annunci promozionali di medium veggenti, reclame di chewinggum brucia grasso, soluzioni miracolose per i capelli e consigli di successo per conquistare fama, donne e denaro.

Montaggio provvisorio
Strutturata con perizia, Hollywood Hijinx inscena un contesto verosimile.
Con ogni ambiente tracciato sulla mappa di gioco, il giocatore entra in sala di montaggio. I tasselli, quando opportunamente disposti, inquadrano la planimetria di “Hildebud” - monumentale e sciccosa magione hollywoodiana ripartita su due piani - e dei vasti giardini circostanti, fiore all’occhiello della zia Hildegarde e invidia nera della colonia di Malibu.
Le descrizioni, sempre mirate, rendono immediatamente “visibili” gli ambienti visitati garantendo la massima immedesimazione. Aggirarsi per i terreni di Hildebud restituisce una sensazione vivida, mentre righe di testo random impreziosiscono il peregrinare aggiungendo dettagli pennellati come il fugace transito delle nuvole, ad oscurare la luna, o lo sgattaiolare di un micio furtivo. Alle descrizioni sono intercalati i ricordi d’infanzia del protagonista con particolare accento sul rapporto conflittuale con un odiato congiunto.
La rappresentazione di Hildebud risulta ulteriormente arricchita da quelle stramberie tipiche di una magione, sì lussuosa, ma anche chiassosa. Si possono qui citare il campanello dell’uscio principale, che suona le melodie celebri dei successi dello zio; il gargantuesco (e immancabile) labirinto di siepi e la location d’apertura dove si erge una statua a dimensioni reali di Buck Palace. Il portalettere combattente è qui immortalato a torso nudo e corredato con cinturoni di granate e munizioni, nonché recante in spalla il fido bazooka!

Ciak, Enigmi!
L’avventura è contrassegnata da un forte stampo ironico.
Il comparto ludico, che ruota intorno al già menzionato rinvenimento dei dieci oggetti di scena, è legato a situazioni buffe. Accenno solamente, in questa sede, al meraviglioso puzzle che ha per superba quinta un particolare modellino di una celebre città orientale. Non mancheranno, inoltre, celati passaggi segreti, inespugnabili casseforti vintage, arzigogolati meccanismi à la Rube Goldberg e il classico ed intricato dedalo.
La difficoltà di Hollywood Hijinx si può decisamente etichettare come moderata. È possibile, mettendosi d’impegno, risolvere l’avventura in una settimana / dieci giorni senza ricorrere a soluzioni di sorta il che porterà lustro, nonché grande soddisfazione.
Per molte situazioni un “sano” trial & error consentirà di venire a capo del busillis, mentre, in un paio di circostanze, sarà necessario ricorrere a quelle “felici intuizioni” che si richiedono affrontando il nostro genere preferito. Niente di illogico, beninteso, mentre si mantiene al minimo la necessità di ricorrere a conoscenze extra-avventura.
L’inventario, capiente, ma non illimitato, e il generoso margine di tempo consentono di prendersela con calma. Da segnalare anche la magnanima presenza di oggetti “di scorta” che permettono di aggirare clamorosi errori e disattenzioni del giocatore; situazioni che, in altre circostanze, avrebbero obbligato ad un restart dell’avventura.
In HH la morte del giocatore è sempre possibile, come da tradizione, ma solo in alcune condizioni limite facilmente intuibili. Occhio quindi a tentare il salto in prossimità di quel gap nelle scale apertamente dichiarato come insormontabile.

Lieto fine?
Una particolare menzione va al finale che, in pieno stile B-movie, regala un colpo di scena e una situazione di estremo periglio degna delle migliori pellicole di Bond.

And the winner is…
Goliardica, divertente, decisamente evocativa, Hollywood Hijinx è avventura testuale meritevole dell’ambita statuetta dorata.
Il parser amico, la difficoltà contenuta e una scrittura di alto livello consegnano al giocatore un’esperienza degna di essere vissuta, giocata e districata; il tutto impugnando la fida torcia elettrica, qui succedaneo della celeberrima lanterna d’ottone.

Manca Solo Un Verso A Quella Poesia - Cap 1

Manca Solo un Verso a Quella Poesia è un'avventura testuale scritta da Mariano Sassi, primo capitolo di una trilogia a cavallo fra il fantasy e il fiabesco. Scherzando sul nostro forum, più volte il Diavolo dei Crocicchi ha affermato di essersi "venduto" ad un genere più commerciale rispetto alle atmosfere esistenzialiste del suo gioco d'esordio (La vita? Non venitemi a parlare della vita). Come sempre però quando c'è di mezzo il Diavolo dei Crocicchi, la verità non è solo quella che appare e ogni frase cela un'altra verità. Diavolo dei Crocicchi non si è (s)venduto al genere fantasy, ma anzi ne ha saputo dare una personalissima interpretazione assai originale.

Ed è proprio nell'originalità del setting che sta, a mio giudizio, l'aspetto più significativo e affascinante dell'opera.
Personalmente sono appassionato da sempre di fantasy e da molti anni ormai non è più facile sorprendermi con personaggi o ambientazioni nuove.
Devo dire che Manca Solo un Verso a Quella Poesia c'è riuscito.

C'è un'ingenuità e una purezza di fondo nelle immagini contenute in questo gioco che mi ha autenticamente disarmato e affascinato.
Un aria leggera (anzi, una "Variazione Goldberg") aleggia nelle location di questo mondo oltre il Nulla, che si attraversano con lo stesso spirito e la stessa spensieratezza con cui si fa una passeggiata in campagna.
Ho trovato questa atmosfera un autentico rimedio contro un certo fantasy americano, serioso e impegnato, fatto di spade lunghe fiammeggianti del colpo infuocato +4 e di mostruosi elfi scuri malvagi. Quella di Diavolo dei Crocicchi è una formula che ci ricorda che -prima di tutto!- il fantasy è una fiaba per bambini ormai diventati adulti.

Sarebbe bellissimo esaminare uno ad uno tutti i personaggi e le location che vivono in questo mondo, ma vorrebbe dire rovinarvi la sorpresa. Sarà sufficiente darvi un'idea di cosa vi aspetta: l'elfo con i suoi funghi, l'allegro castoro, la statua con la falce, i conigli bianchi, il crocevia, il Mascellodonte, il Botten! Un repertorio enorme di luoghi, cose e personaggi diversi, che gremiscono la fantasia dell'autore e che si accomoderanno per sempre anche in quella del giocatore.

Su tutti voglio però soffermarmi a parlarvi del... "Lonfo", creatura metasemantica che più di ogni altra dà la cifra stilistica del fantasy di Mariano Sassi. Il lonfo è un essere-non-essere, nato da una poesia di Fosco Maraini che lo descrive con "parole-non-parole", sprigionando in noi tutta la forza primordiale dei suoni, che ci raffigurano questo magico lonfo meglio di quanto potrebbe fare una qualunque immagine grafica.
Nel gioco il lonfo vive nel rispetto di quella poesia. È una delle tantissime citazioni (più o meno colte) che il gioco contiene. È un ennesimo significato che colora l'interno della cornice più ampia della storia.
Se giocando a Zork si resta affascinati/basiti dallo scoprire la stanza con il sarcofago egizio a qualche passo dall'ingresso dell'Ade, e solo un paio di location più in basso della stanza di Atlantide, il tutto sotto una casa in mezzo al bosco... qui tutte queste citazioni e influenze diventano parte del percorso.
Queste citazioni non sono bizzarrie messe lì per sorprende il giocatore intento a risolvere l'ennesimo enigma, ma sono contenuto vero e proprio della storia. Il lonfo sprigiona un significato ulteriore e non è solo l'oggetto di un enigma.
Come è possibile tutto questo? Semplice, perché il lonfo non vaterca e non gluisce.

IL GAMEPLAY:
Da un punto di vista del gameplay, MSUVAQP si presenta come una IF abbastanza classica.
Un numero medio di location (una trentina?) e un livello di difficoltà basso ma non irrisorio: per finirlo un po' ci si deve impegnare.
C'è molta varietà di enigmi, per lo più abbastanza classici, ma tutti leali nei confronti del giocatore. Non mi risultano (come era lecito attendersi) vicoli ciechi.
Fare la mappa è piuttosto semplice e questa è corretta quanto alle relazioni geografiche fra le varie location.
Diavolo dei Crocicchi si cimenta anche in una sorta di originalissimo labirinto, non mappabile, che ho personalmente molto apprezzato.

Tecnicamente Manca Solo un Verso a Quella Poesia è un gioco compiuto e pulito, con un parser adeguato ai tempi e mai frustrante.

Si segnalano poi alcuni elementi di gameplay assolutamente interessanti e ancora oggi ben poco diffusi.
Il primo è ovviamente Castalia, la musa triste che ci seguirà per tutto il gioco e con la quale dovremmo continuamente interagire per sfruttarne al meglio le peculiari capacità magiche. Questo PNG è ben implementato e si rivela una compagna piacevole da avere al fianco, che dona un qualcosa di ulteriormente unico all'esperienza, oltre a rappresentare un notevole incentivo ad attendere gli altri due capitoli della saga.

Molto belli i disegni utilizzati nel gioco, altra gradevole aggiunta, sempre più diffusa anche nelle produzioni amatoriali. Tutte le opere sono realizzate, con un tratto delicato e adattissimo al contesto di gioco, da Alice Buoli.

Come dicevo sopra, sono però il setting e i personaggi che lo popolano a rendere più avvincente e sensato tutto il reparto enigmistico. Ogni location è un mondo di citazioni e di immagini originali, che garantiscono significato e profondità al nostro interagire.
E questo è un qualcosa che troppo spesso manca a tanti giochi, antichi o moderni che siano. Penso ad esempio a un titolo (per certi versi simile) come The Dreamhold di Andrew Plotkin: un grande contenitore di enigmi, con un setting molto originale, ma che non riuscendo a sfondare davvero nella fantasia del giocatore fa perdere mordente a tutto il suo comparto enigmistico.

Per finire segnaliamo la grandissima cura riposta dall'autore nel garantire una certa rigiocabilità e nello stimolare il giocatore verso nuove sfide all'interno del gioco..
C'è per prima cosa un sistema classico di punteggio. A questo si aggiunge un secondo sistema separato che assegna un titolo onorifico sulla base di alcune azioni che possono essere fatte durante il gioco e che non hanno ripercussioni sulla trama (anche se permettono al giocatore di scoprire alcuni retroscena): si va da "Iniziato" fino al quasi irraggiungibile grado di "Gran Maestro dell'Esplorazione".
Bellissimo poi il sistema interno che gestisce la "fiducia" di Castalia in noi. In base ad una serie di azioni facoltative, il giocatore riuscirà ad accrescere sempre più la fiducia che la musa ripone in noi. Portando la fiducia al massimo (davvero molto difficile!) Castalia farà una scelta che probabilmente influenzerà in maniera significativa i prossimi capitoli della saga. Una sorta di finale alternativo, con possibili ripercussioni sul proseguimento della storia. Ma già superando una soglia di fiducia, l'autore ha previsto delle gradevoli sorprese.
L'ultima chicca è la presenza di un'area nascosta (ma chi scrive non è riuscito ancora a trovarla...), che secondo indiscrezioni in nostro possesso dovrebbe contenere anticipazioni sugli altri capitoli.

CONCLUSIONI:
Se "il secondo album è sempre più difficile", probabilmente lo è anche la seconda avventura testuale. Diavolo dei Crocicchi non ha fallito la prova, ma anzi ci ha stupito con un gioco ancora più maturo, ampio e completo.
È un gioco fantasy, che però non rinuncia a un contenuto maturo e poetico, che saprà regalarvi emozioni e immagini che vi accompagneranno per un bel po'.
Mi piace pensare a questo gioco come a uno dei pochi esempi di "spaghetti-fantasy".

È gratuito e in Italiano. Divertente e interessante.
Consiglio a tutti di farci un giro, probabilmente vi piacerà.
E, se avete ancora dubbi, potete guardarvi anche questo video-gameplay realizzato da Leonardo Boselli:

Leggi la recensione della prima avventura testuale scritta da Mariano Sassi, "La vita? Non venitemi a parlare della vita"

Leggi l'intervista a Diavolo dei Crocicchi su OldGamesItalia

Visita la pagina facebook di Alice Buoli, illustratrice del gioco

Visita il sito dell'autore

Seastalker

Seastalker è un'avventura testuale della Infocom, scritta a quattro mani da Stu Galley (autore anche di Moonmist e Witness) e da Jim Lawrence (coautore di Moonmist e ghost writer di numerosi libri per ragazzi, fra cui anche Nancy Drew).

TRAMA E AMBIENTAZIONE:
L'ambientazione di Seastalker è lievemente fantascientifica, collocata in un mondo solo un po' più tecnologicamente avanzato del nostro. Il gioco si svolge nelle profondità del mare, con un vago ma piacevole sapore diVentimila Leghe Sotto i Mari.

Seastalker ci vede impersonare uno scienziato, di cui possiamo scegliere il nome, a capo di un centro ricerche sottomarino. Accompagnati dal nostro compagno e collega Tip Randall (al nostro fianco per tutta l'avventura - chi ha detto Floyd?!?), sventeremo la minaccia rappresentata dallo Snark, un colossale mostro marino che mette a repentaglio l'incolumità della nostra base sottomarina. Per riuscire nell'impresa dovremo servirci della nostra ultima invenzione: un modernissimo sommergibile, battezzato SCIMITAR.
Nel farlo non mancheranno ovviamente i colpi di scena e i risvolti imprevisti, che coinvolgeranno anche gli altri membri della nostra folto staff scientifico e che ci daranno così l'occasione di calarci nei panni di un improvvisato investigatore.
 

       

GAMEPLAY:

Il gioco si svolge quasi per intero in due diversi tipi di ambienti: all'interno di basi scientifiche (una a terra e l'altra sottomarina) e in mare aperto (a bordo del nostro SCIMITAR).

Nella basi ci troveremo ad interagire con i vari PNG e a svolgere indagini di tipo prevalentemente investigativo, in modo non dissimile da tante altre avventure testuali.

Le fasi a bordo del sottomarino invece si basano prevalentemente sull'interazione con la variegata strumentazione di bordo. Questa è, probabilmente, la parte più interessante e originale del gioco.

Ogni strumento del sottomarino è descritto con cura nel manuale del gioco, assolutamente indispensabile per poter manovrare il sottomarino. Per fortuna il tutto ha il giusto livello di complessità e ricorrere al manuale è un divertimento e non una frustrazione (no, non è il manuale di Falcon 3.0...).
C'è da aggiungere anche che le varie strumentazioni di bordo vengono introdotte gradualmente, con una curva di apprendimento ben bilanciata.
Come in un vero sommergibile, ci si orienterà usando il sonar (che rivela, su una griglia realizzata in caratteri ASCII, gli ostacoli che si trovano intorno a noi e alla nostra stessa profondità) e il misuratore di profondità (che inizia a lampeggiare quando siamo troppo vicini al fondale). Il giocatore, per poter raggiungere la propria meta, dovrà quindi incrociare ripetutamente i miseri (ma realistici!) dati forniti da tali strumentazioni di bordo con la cartina del fondale inclusa nella confezione.
Vi garantisco che il risultato è una sfida estremamente gratificante, non difficile, ma originale e tutt'altro che banale.

      

L'altro aspetto centrale del gameplay è rappresentato da numerosi eventi a tempo, che uno non si immaginerebbe mai di trovare in un gioco etichettato come "Junior". Sappiamo fin dall'inizio che la base sottomarina è minacciata e che la nostra missione dovrà avere tempi strettissimi, ma... non sappiamo quanto stretti. E ogni nostra azione sposterà in avanti di uno il contatore dei turni di gioco, facendoci avvicinare inesorabilmente alla distruzione della nostra cara base.

La sensazione di urgenza è poi acuita da tutta una serie di scelte da compiere che sono strettamente legate al fattore tempo. Per esempio: si sa che la SCIMITAR non è stata ancora testata a dovere; sarà davvero opportuno spingerla al massimo della sua velocità per risparmiare una trentina di turni? O sarà forse meglio andare piano, ma senza sforzare il motore?

L'altro aspetto interessante, indirettamente legato al fattore tempo, è la presenza di tutta una serie di azioni secondarie facoltative. Si può infatti terminare il gioco in maniera favorevole ma senza aver scoperto tutti i risvolti della trama. Questo aggiunge anche un certo fattore di rigiocabilità. E, nel mio caso, la seconda partita mi ha permesso (raggiungendo anche i 100 punti su 100) di scoprire tutti quegli indizi che, nella prima partita, mi ero perso e che hanno dato un maggior senso agli eventi narrati.

      

DIFFICOLTA'

Seastalker è l'unico titolo Infocom a essere classificato come "Junior". Infatti le altre AT della Infocom per principianti (Wishbringer, Moonmist e Plundered Hearts) sono tutte classificate come "Novice".
Il ridotto livello di difficoltà rende questo Seastalker particolarmente interessante per chi sta muovendo i primi passi nel genere... Non aspettatevi però un gioco che si gioca da solo! La strumentazione del sottomarino da imparare a usare, i rigidissimi limiti temporali e i numerosi risvolti nascosti della trama conferiscono al titolo un livello di sfida dignitoso.
Non vi terrà impegnati per mesi (come potrebbe fare uno Zork), anzi al massimo per un paio di serate. Ma quelle saranno sufficientemente impegnative da rappresentare una sfida appagante.

Scendendo nel dettaglio, dirò che il ridotto livello di difficoltà si concretizza sopratutto in alcuni aspetti:
- un numero di location assai ridotto, navigabili facendo affidamento anche esclusivamente sulle planimetrie allegate al gioco e quindi senza bisogno di crearsi la propria mappa cartacea;
- i tanti enigmi (es. tutta la parte della navigazione con il sommergibile) che consistono quasi esclusivamente nell'applicazione delle istruzioni contenute nel manuale di gioco;
- l'abbondanza di indizi che ci vengono suggeriti dentro il gioco direttamente dai vari PNG (ma, per avere questi indizi, si deve comunque imparare ad interagire con loro!).
- alcuni di questi indizi in-game sono talmente espliciti che è stato adottato un sistema di spoiler, per non renderli "obbligatori". In pratica in questi casi il gioco ci fornisce una parola chiave che va a completare una frase (altrimenti incomprensibile) contenuta nella confezione del gioco. Qualcosa del tipo: "leggi l'indizio n°5 e nel relativo spazio vuoto inserisci la parola: SCIMITAR".
 
CURIOSITA'

- Seastalker è il primo gioco Infocom (il secondo sarà il già citato Moonmist) a consentire al giocatore di dare un nome al protagonista. La curiosità è che il nome andrà a completare il sottotitolo del gioco, il che fa di Seastalker il primo gioco dal titolo... interattivo!
- La mappa in caratteri ASCII del sonarscope è (credo) l'unico esempio di mappa in-game di un gioco Infocom. Se a questo aggiungiamo che essa si aggiorna, turno dopo turno, in base agli spostamenti del sottomarino, è l'ennesima dimostrazione di quanto sia potente il parser della Infocom.
 

CONCLUSIONI

Seastalker non è l'avventura più bella della Infocom, ma questo già lo sapevate.
Tuttavia è una buona avventura, impreziosita da qualche spunto originale. A parere del sottoscritto essa raggiunge sicuramente la sufficienza ed è sicuramente consigliata a chi muove i primi passi nel fantastico mondo della narrativa interattiva.
Credo che, insieme a Wishbringer, questo sia il titolo del catalogo Infocom migliore con cui iniziare. Sugli altri due giochi per principianti (Moonmist e Pludered Hearts) ho invece alcune riserve sui cui è inutile dilungarsi in questa sede.

Segnalo infini che il gioco oggi è facilmente reperibile e perfettamente emulato su iOS (con tanto di supporto per il GameCenter)  tramite l'app Lost Treasures of Infocom di Activision.

Consigliata.

Parliamo di Seastalker sul forum di OGI!

Zork III (manuale)
Titolo:
Zork III (manuale)
Stato traduzione:
Completata
Avanzamento dei lavori: Traduzione pubblicata
A cura di:
Ragfox
Reperibilità gioco:
Download:
Manuale in italiano (formato pdf)

Dopo aver riempito di tesori la casa bianca e dopo aver superato magie e incantesimi del Mago di Frobozz, l'Avventuriero senza nome è finalmente arrivato nelle profondità più recondite del Grande Impero Sotterraneo. Mille e più trabocchetti si pongono adesso tra lui e una figura mistica, il Grande Architetto da cui tutto origina e a cui tutto tornerà: Egli è Il Dungeon Master!

Traduzione italiana del manuale di ZORK III - Il Dungeon Master, a cura di Ragfox.

Se avete problemi con Windows 10, leggete questo articolo!

Zork I in italiano è realtà

Dopo un'intensa sessione di beta testing interno, siamo lieti di annunciare che la versione italiana di Zork  I è finalmente pronta per essere giocata da cima a fondo! 

Grazie all'impegno profuso da Whovian (coadiuvato dal qui scrivente Ragfox), tutti gli avventurieri dotati di lampada ma zoppicanti in inglese possono da oggi immergersi nelle profondità del Grande Impero Sotterraneo per scoprire segreti e recuperare preziosi tesori.

Questo progetto di traduzione (che continuerà a svilupparsi in base alle segnalazioni dei giocatori) è da intendersi come un omaggio a una serie e a una software house, la Infocom, che hanno plasmato il genere delle avventure testuali negli anni '80. La speranza è di far (ri)scoprire l'epoca dell'Interactive Fiction commerciale al pubblico italiano che per ragioni di lingua o per motivi anagrafici non ha mai potuto avvicinarsi a questo tipo di giochi.

Vi ricordiamo, inoltre, che è disponibile anche il manuale completo in italiano del primo capitolo, a cui si è di recente aggiunta la traduzione di quello di Zork II e quello di Zork III.

Buon gioco e attenti al Grue!

La scheda della traduzione
Giocate online qui su OGI
La soluzione

Illuminate gli antri oscuri dell'OGI Forum con la vostra lampada.

Zork I (italiano)

La soluzione della versione italiana di Zork è una semplice trascrizione dei passaggi minimi necessari per portare a termine l'avventura. Non considera i passaggi opzionali e gli easter egg vari che pure sono presenti nel gioco.

I comandi seguiti da "x <numero>" indicano quante volte è necessario ripetere lo stesso comando.
Esempio: "aspetta x 3" significa che bisogna digitare il comando "aspetta" tre volte

In alcuni punti è stato indicato il comando "salva" tra parentesi per indicare un punto di salvataggio consigliato. Naturalmente i giocatori sono liberi di salvare il gioco ogni volta che lo desiderano

Qualora vi foste ritrovati in compagnia del ladro, controllate sempre che non vi abbia rubato qualcosa: potreste non essere in grado di terminare l'avventura. L'unico oggetto che potete "perdere" in questo modo è l'uovo d'oro.

Alla fine troverete le Mappe delle aree, già trascritte per voi.

N
N
U
Prendi uovo
D
S
E
Apri finestra
W
Prendi sacco
Apri sacco
Prendi aglio e panino
Lascia panino
W
Prendi spada e lanterna
Muovi tappeto
Apri botola
Accendi lampada
D
(salva)
Lascia uovo
N
Uccidi troll
Lascia spada
W
W
W
U
Prendi borsa
SW
E
S
SE
Odisseo
E
E
Apri vetrina
Metti borsa in vetrina
Apri botola
D
S
E
Prendi dipinto
W
N
U
metti dipinto in vetrina
(salva)
D
N
E
E
E
eco
Prendi lingotto
W
W
W
S
U
Metti lingotto in vetrina
D
N
E
E
E
U
E
N
Prendi fiammiferi
N
prendi chiave e cacciavite
Premi giallo
S
S
Gira bullone con chiave
Lascia chiave
W
Aspetta x 2
N
Prendi forziere
S
SW
SW
W
S
U
Metti forziere in vetrina
D
N
E
N
NE
N
N
Prendi pompa
N
Prendi tridente
U
N
N
W
D
U
Metti tridente in vetrina
(salva)
E
U
Prendi corda
D
W
D
N
E
E
SE
E
Lega corda a ringhiera
D
Prendi torcia
Spegni lampada
S
Lascia tutto tranne torcia
E
Prendi sarcofago
Apri sarcofago poi prendi scettro
W
S
Spegni candele
Prega
E
S
E
W
W
Metti sarcofago e scettro in vetrina
D
N
E
E
SE
E
D
S
prendi fiammiferi e campana
S
Prendi candele e libro
D
D
Suona campana
raccogli candele
accendi fiammifero
accendi candele
leggi libro
spegni candele
lascia libro, candele e fiammiferi
S
Prendi teschio
N
U
N
N
N
W
W
S
U
metti teschio in vetrina
prendi scettro
D
N
E
E
SE
E
D
S
prendi tutto
(salva)
S
D
N
N
N
E
U
E
E
gonfia plastica con pompa
lascia pompa
metti cacciavite e scettro in sacco
Entra barca
Vara barca
aspetta (più volte, finché non si arriva alla location con la boa)
prendi boa
E
Esci
apri boa
prendi smeraldo
lascia boa
prendi pala
NE
scava sabbia con pala x 4
lascia pala
prendi scarabeo
SW
S
S
agita scettro
W
W
SW
U
U
NW
W
W
W
Metti scarabeo, smeraldo e scettro in vetrina
E
E
E
E
D
D
N
Prendi pentola
SW
U
U
NW
W
W
W
metti pentola in vetrina
(salva)
D
N
E
E
S
S
tocca specchio
N
W
N
W
N
prendi statuetta
E
prendi cacciavite
metti torcia e cacciavite in cesto
Accendi lampada
N
D
prendi bracciale
E
NE
SE
SW
D
D
S
prendi carbone
N
U
U
N
E
S
N
U
S
metti carbone in cesto
abbassa cesto
N
D
E
NE
SE
SW
D
D
W
Lascia tutto
W
Prendi carbone, cacciavite e torcia
S
Apri sportello
metti carbone in macchina
chiudi sportello
gira interruttore con cacciavite
apri sportello
prendi diamante
lascia cacciavite
N
metti torcia e diamante in cesto
E
Prendi tutto tranne asse
E
U
U
N
E
S
N
U
S
Alza cesto
Prendi diamante e torcia
W
S
E
S
D
U
Metti torcia, diamante, braccialetto e statutetta in vetrina
Lascia aglio
(salva)
E
U
Prendi pugnale
D
W
W
W
U
Uccidi ladro
Prendi tutto tranne stiletto
D
E
E
Prendi canarino
Metti calice e uovo in vetrina
Spegni lampada
E
E
N
N
Carica canarino
Prendi gingillo
S
E
W
W
Metti canarino e gingillo in vetrina
Prendi mappa
Guarda mappa
E
E
S
W
SW
entra tumulo

MAPPE

Quelle che seguono sono delle mappe artigianali di Zork 1, realizzate mentre giocavamo con la nostra traduzione Italiana del primo celebre titolo della Infocom.

Le mappe erano state pensate "per uso personale" e solo successivamente abbiamo deciso di pubblicarle. Per questo motivo possono non essere accurate al 100% e, in particolare, forse non sono riportati tutti i collegamenti fra le location. Dovrebbe però essere più che sufficienti per orientarsi nel Grande Impero Sotterraneo.
Ci sono certamente mappe migliori e più precise, ma queste sono quelle originali e ufficiali di OldGamesItalia!

Gioca a Zork 1 in Italiano con la traduzione di OldGamesItalia

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